II Manipolatore – Capitolo 7

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Il Commissario Lenzi non riusciva più a dormire come una volta. “Sto invecchiando, non riesco più a prendere sonno” amava affermare quando ne parlava con i colleghi. Lui dava la colpa all’età, ma sapeva bene che l’insonnia era arrivata da quando era rimasto solo. E dal momento che rimaneva sveglio, utilizzava spesso le ore notturne per riflettere. Amava rielaborare quanto accaduto durante il giorno e le migliori intuizioni sui piani di investigazione nascevano proprio in questi momenti. Il caso di Rossella aveva provocato in lui strane sensazioni che cercava di capire: e si era sempre fatto influenzare dalle proprie percezioni. La rivisitazione degli eventi accaduti quel giorno aveva sostituito la compagnia di Morfeo per quasi tutta la notte e le prime luci dell'alba lo avevano sorpreso senza esser riuscito a trovare una vera idea che lo convincesse fino in fondo. Una donna era sparita. Le ore successive avevano portato alla luce una situazione familiare non proprio idilliaca, ma niente di particolarmente diverso da tante coppie che, dopo anni passati insieme, avevano deciso di separarsi. In questo contesto non mancava un amante che sembrava più affascinato dalla relazione sessuale che non da un sentimento e da una progettualità di vita. A tutto ciò facevano da contraltare: una vita professionale piena di soddisfazioni, un benessere palesato senza inibizioni e un'assoluta mancanza di motivazione per la fuga. L'ipotesi del rapimento era indebolito dall'assenza di una qualsiasi forma di comunicazione da parte dei sequestratori e nessuno sembrava aver un valido motivo per farle del male. Questi pensieri avevano accompagnato il commissario fin dentro il suo ufficio. Appoggiato alla finestra, come ogni mattina, intento a fumarsi la prima sigaretta giornaliera dopo aver preso il caffè, aveva chiesto al sovrintendente Bruno di chiamare l'ispettore Frediani. Aveva una gran fiducia nei suoi confronti, per questo avrebbe lasciato che fosse lui a intervistare il marito di Rossella. Odiava il termine “intervistare”: lo si utilizzava quando non si trattava di interrogatori bensì di conversazioni con persone a conoscenza dei fatti, come testimoni o persone legate alla vittima. In quel caso si trattava anche di colui che aveva sporto la denuncia. L'ingresso dell'ispettore nell'ufficio del commissario non si fece attendere molto. «Commissario, buongiorno.» «Buongiorno Fred. Voglio che ti rechi dal marito di Rossella. Parlaci, senza usare un tono inquisitorio, ma cerca di capire quale fosse la reale situazione del suo matrimonio. Cerchiamo di verificare se lui può aver qualche responsabilità con la scomparsa della moglie oppure no.» «Va bene Commissario, sarà fatto. Ho anche intenzione di tornare allo studio As.Av.E» aggiunse Frediani. «Per quale motivo?» «Voglio parlare con le altre persone che lavorano lì dentro. Capire se la relazione tra Coppoli e la Manni fosse veramente così segreta. Spero di poter carpire altri particolari.» «Ok Fred, ma fai attenzione, mi raccomando. Quello degli avvocati è un territorio minato.» «Stai tranquillo, so come fare.» Lenzi vide uscire Frediani dal suo ufficio. Si alzò e si avvicinò alla finestra accendendosi di nuovo una sigaretta. Era freddo, e il fumo si mischiava alla condensa che usciva dalla sua bocca.
 

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