Il Manipolatore – Prologo

image_pdfimage_print
L'orologio sulla scrivania di Rossella indicava le venti e trenta. L''ultimo cliente se n'era andato da poco. «Dai, non parlarmi così, sai bene che effetto mi fai» ansimò. Chiuse gli occhi e si lasciò andare sullo schienale della sedia tenendo il telefono incollato all'orecchio. Sentiva ancora il suo odore addosso. «Oggi mi hai fatta impazzire» sussurrò, pensando alle mani di lui che, poche ore prima, avevano esplorato il suo corpo. Quell'uomo la mandava fuori di testa, e la sua voce suadente era un impulso irresistibile che ordinava alle proprie gambe di aprirsi. «Adesso però fammi andare. A quest'ora mio marito starà già borbottando perché non sono ancora rientrata.» A malincuore pronunciò, come un rito magico, le parole che ogni volta concludevano la loro telefonata. «Ti amo demone, a domani.» Sì, lui era un demone, per lei. Un demone della passione che l'aveva portata sulla strada del peccato, ma di cui non poteva più fare a meno. Faceva il suo stesso lavoro ed era stato grazie a quello che lo aveva conosciuto. Non provava nessun senso di colpa verso l’uomo con cui divideva la casa, le notti e il letto. No, aveva già preso le sue decisioni ed era solo una questione di tempo. Nel suo animo, lei si sentiva libera. Sì, libera di amare chi voleva, e adesso era quel demone ciò che desiderava. Prese alcune cartelle contenenti dei documenti, spense le luci e uscì. L'ingresso della palazzina, che ospitava la sede del suo studio, si affacciava su via XI Febbraio. Di solito riusciva a trovare un posto per l’auto nei dintorni ma quel giorno, dopo essere tornata dal suo incontro infuocato, era stata costretta a parcheggiare a circa trecento metri, proprio di fronte al "ACI", che a quell’ora era oramai chiuso. Il soffio leggero del vento gelido di gennaio si insinuava nella mite scollatura della camicia che si stringeva sull’abbondante seno, facendola rabbrividire. Avvolse in un abbraccio le cartelle, stringendole al petto, si raccolse nelle spalle e si avviò verso la sua auto. Il rumore dei tacchi risuonava nel buio silenzioso della strada, cadenzando il suo passo lento. Una sensazione improvvisa le fece gelare il sangue: le sembrò di udire dei passi, dietro di lei, far eco ai suoi. Si voltò, ma non vide nessuno. Stupida fifona, è solo il vento, pensò. Accelerò il passo voltandosi più volte, sperando di non scorgere mai la figura che i suoi pensieri pieni di paura proiettavano nella mente. Arrivata nei pressi dell'auto, tirò fuori dalla borsa il telecomando. La pressione del dito sul tasto azzurro fece lampeggiare due volte le frecce segnalando che la sua "Classe A" si era aperta. Avvertì di nuovo la forte sensazione di non essere sola e per questo si voltò di nuovo, ma non vide nessuno. Fu quando girò la testa, nella direzione dei suoi passi, che sentì il suo corpo sbattere contro qualcosa di robusto. Un grido le uscì spontaneo dalla bocca mentre le cartelle cadevano per terra. «Mi scusi signora, ero distratto» disse un uomo dall'aspetto curato che a lei parve sinceramente dispiaciuto. «Oddio, mi ha fatto prendere un colpo» ammise Rossella, mentre si chinava per raccogliere i documenti sparsi sul marciapiede. Lo guardò dal basso in alto. La penombra lasciava trasparire una fisionomia a lei non del tutto sconosciuta. «Ci siamo già visti da qualche parte, per caso? Non è un volto nuovo» domandò mentre riordinava i fogli dentro le cartelle. «Non so, può darsi. Io passo spesso di qua. Lei lavora nelle vicinanze?» rispose l'uomo abbassandosi per aiutarla. «Ho il mio studio là» Rossella indicò con un dito la direzione da cui era arrivata. «Studio?» «Sì, sono un avvocato» precisò lei. «Wow, spero non mi faccia causa, allora» l’uomo sorrise. Rossella accennò una risata. «Non si preoccupi, anche perché credo di essere stata io a venirle addosso» rispose alzandosi dopo aver recuperato i suoi fogli. «Va bene, diciamo che c'è stata una corresponsabilità nell'incidente.» «Sì, diciamo pure così» concluse lei mentre si avvicinava, accompagnata dall'uomo, alla sua auto. Aprì lo sportello e lasciò cadere sul sedile posteriore la borsa e le cartelle. Si accomodò al posto di guida e rivolse lo sguardo all’uomo che stava tenendo le mani dentro le tasche della giacca. I loro sguardi si incrociarono. «Le auguro una buona serata» Rossella lo salutò mostrandogli uno dei suoi sorrisi migliori. «Lo sarà senz'altro» rispose l'uomo, estraendo dalla tasca un fazzoletto bianco.
 

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *