Il Narratore

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In questo nuovo appuntamento vorrei parlare del narratore in maniera più approfondita. Perché?
Per il semplice motivo che spesso, gli errori più gravi, vengono commessi proprio utilizzando tale figura in modo errato.

Quando acquistiamo un libro di narrativa (perché ovviamente la stessa cosa non vale nel caso, di un saggio) sappiamo che ciò che andremo a leggere sarà frutto della fantasia dell’autore.
Tanto è vero che questo di solito lo troviamo scritto nelle prime pagine del romanzo: questa è un’opera di fantasia e ogni riferimento a persone o fatti reali è del tutto casuale.
Eppure, quando iniziamo a leggere, se non smettiamo dopo dieci pagine, cominciamo a immedesimarci nel protagonista di turno e a vivere emotivamente gli eventi descritti.
Questo procedimento, per gli addetti ai lavori, è conosciuto come Patto Narrativo. Ne avrete sicuramente sentito parlare, specialmente se avete seguito qualche corso di scrittura creativa o letto libri a riguardo.

Il patto narrativo (H. Grosser, Narrativa, Principato, Milano 1985, pag.25) è quel tacito accordo per cui il lettore compie una parziale e momentanea sospensione delle facoltà critiche e accetta come se fosse vera una storia che sa in larga e diversa misura essere una storia fittizia.

Che cosa vuol dire questo?
Vuol dire che io lettore, nel momento in cui inizio a leggere il tuo romanzo, cerco di dimenticare che si tratti di una storia inventata, frutto della tua fantasia, e mi immedesimo a tal punto da fingere che sia vera.
Alcuni forse, conoscono questo patto come sospensione dell’incredulità.
Ovviamente, io scrittore, devo tener fede a tutto ciò cercando di non imbrogliarti.
Quest’ultima affermazione ha bisogno di una spiegazione per essere capita.

Quando si scrive, a meno che il genere a cui mi sto dedicando non sia il fantasy, dobbiamo sempre mantenere un certo livello di vero-somiglianza.
Cos’è? È un determinato grado di attinenza alla realtà che sto descrivendo.
Per esempio, ammettiamo che si stia scrivendo una scena in cui ad un muratore, mentre sta lavorando, cade un mattone su un dito. Oltre a descrivere l’azione, desideriamo anche riportare la sua espressione:
«Acciderbolina, mi è venuto un ematoma subungueale a causa di una lesione da schiacciamento. E adesso questa pressione generata dalla raccolta emorragica sotto l’unghia mi causa un dolore molto intenso.»
Dai, chi non commenterebbe: “Eh no, ci stai prendendo in giro. Non è possibile.”
Da un muratore, ma onestamente da chiunque, dopo la caduta del mattone su un dito, mi aspetterei come minimo un più colorito:
«Cazzo mi sono schiacciato un dito e mi fa un male cane.»
Questo è solo un banale esempio per cercare di chiarire cosa si intende per attinenza alla realtà della narrazione.

Nel precedente appuntamento abbiamo visto quali siano i diversi tipi di narratore e quali siano le caratteristiche. Per ognuno di essi ci sono dei pro e dei contro a cui l’autore deve prestare attenzione, sia in fase di scelta, sia in quella di stesura.

Prendiamo il nostro progetto di racconto che abbiamo iniziato la volta scorsa.
Ricordate? Abbiamo scritto alcuni brevi incipit (su questo tema torneremo nelle prossime lezioni per approfondire l’argomento) variando punto di vista e narratore.
È giunto il momento di fare una scelta: scriveremo il nostro racconto in modo che il punto di vista sia quello del protagonista maschile e sarà lui stesso a narrarlo.
In questo caso è ovvio, la scrittura sarà per forza in prima persona.
“Ormai lo ritenevo un appuntamento fisso. Arrivavo al parco quando il sole aveva ormai perso tutta la sua forza e correre non mi pesava più. Di solito ci incontravamo poco dopo la prima curva. La vedevo arrivare, con quella sua andatura sicura, fino a quando i nostri occhi non si incontravano, per seguirsi e accompagnarsi oltre il nostro stesso sguardo.”

Lasciamo stare la qualità dell’incipit, visto che non è argomento di questa lezione e ne parleremo successivamente. Focalizziamo la nostra attenzione su quanto ci comunica questo breve testo.
Analizziamolo:
un uomo corre abitualmente in un parco, dove a quanto pare dev’esserci un percorso definito.
Si dedica a tale attività alla sera, quando si avvicina il tramonto, e, dato che accenna al sole ed a quanto sarebbe pesante correre in sua presenza, evidentemente dev’essere un periodo dell’anno caldo. In questo percorso c’è una curva e spesso, dopo averla oltrepassata, incrocia una donna. Questa ha un’andatura sicura, probabilmente anche lei è una appassionata di jogging. Lui la fissa e incontra gli occhi di lei. I loro sguardi si accompagnano fino a oltrepassarsi. L’uomo ne è colpito e continua ad osservarla anche dopo essersi allontanati.
Tutto questo noi lo percepiamo attraverso gli occhi di lui.

Adesso scriverò una variante di questo incipit.

“Ormai lo ritenevo un appuntamento fisso. Arrivavo al parco quando il sole aveva ormai perso tutta la sua forza e correre non mi pesava più. Di solito ci incontravamo poco dopo la prima curva. La vedevo arrivare: la sua andatura era sicura e, come me, desiderava quel momento. Quando eravamo vicini, i nostri occhi si incontravano.  Entrambi avremmo voluto fermarci, interrompere quella corsa che ci avrebbe portati ancora lontano, costringendoci ad aspettare un nuovo giorno per osservarci di nuovo scappare via…”

 

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