Il Manipolatore – Ultimo Capitolo

Il Commissario Lenzi e la sua squadra arrivarono al capanno seguendo le indicazioni che il vicino di casa di Gianconi gli aveva fornito.
Più che un capanno sembrava un casale, ovviamente di dimensioni ridotte. Quello che prima era stato un orto si era trasformato in un prato molto curato che faceva da contorno a una casetta esternamente fatta di legno, delimitata da una staccionata.
Per un attimo Lenzi fu attraversato dai dubbi: possibile che al suo interno fosse presente Rossella e che nessuno si sia accorto di niente? Se fosse stata ancora in vita avrebbe sicuramente urlato, sbattuto qualcosa alle pareti per farsi sentire. La casetta era isolata, ma ogni giorno c’era sempre qualche contadino che percorreva quel sentiero per andare a lavorare il proprio orto. Del resto in quella zona c’erano diversi appezzamenti di terra.
Lenzi fece in modo che andassero avanti gli agenti della speciale per forzare la porta.
Alcuni attimi dopo l’ingresso si aprì e gli uomini della Polizia, armati, entrarono.
Lenzi non rimase indietro, anzi, fu uno dei primi a varcare la soglia.
La scena che apparve ai suoi occhi lo sconvolse: Rossella era distesa su un letto, nuda, legata e quasi completamente ricoperta di sangue.
«Fate venire i medici, subito!» gridò.
Alcuni attimi dopo entrarono gli uomini arrivati con l’ambulanza. Furono fatti allontanare gli agenti per permettere di prestare le prime cure alla donna, anche se Lenzi non era affatto sicuro che fosse ancora viva.
Di Gianconi invece non c’era traccia.
«Ispezionate ogni angolo» ordinò Lenzi «Fred, tu prendi una squadra e controllate qui nei dintorni. Era qui… Ne sono sicuro, fino a poco fa era qui dentro.»
«Come fai a dirlo?» domandò Frediani.
«Perché il sangue su Rossella è fresco, e poi guarda qua» indicò un piccolo monitor, sopra un mobile, che stava visualizzando l’ambiente esterno della residenza da cui erano appena venuti «si è accorto quando siamo arrivati ed ha avuto tutto il tempo per fuggire.»
«Vuoi dire che…»
«Che potrebbe benissimo essersi mischiato tra le decine di curiosi appostati vicino alla casa» concluse Lenzi.
Lenzi e Frediani si spostarono per far passare la lettiga con sopra il corpo di Rossella.
«Dottore come sta?» domandò Lenzi.
«Ha perso molto sangue. Ha numerose ferite da arma da taglio, emorragie interne e altre lesioni che dovremo analizzare, ma a parte tutto questo, credo che si salverà.»
Lenzì sospirò e appoggiò una mano sulla spalla dell’ispettore mentre osservava l’ambulanza partire a sirene spiegate.
«Non ho più l’età per queste cose» disse il commissario visibilmente commosso «ma ora al lavoro… Troviamo quel bastardo.»

“Abbattete questa cazzo di casa se necessario” aveva gridato Lenzi.
Non era grande e non servì molto tempo per perquisire ogni suo angolo. L’ambiente era formato da un’unica stanza. Sul lato destro c’era un angolo cottura, mentre sulla sinistra il letto in cui era stata ritrovata Rossella. Al centro della stanza invece si trovava un piccolo tavolo con quattro sedie disposte intorno. Un’unica finestra con doppi vetri illuminava tutta la casetta. Controllò cosa si potesse visualizzare dall’esterno affacciandosi e in effetti ebbe la conferma che la zona dove era Rossella non era per niente visibile.
Inoltre le mura erano state completamente insonorizzate e dall’esterno non si riusciva a sentire niente di quanto accadeva all’interno. Fecero anche una prova per capire se urlando si potesse sentire qualcosa. Anche in quel caso l’esito fu negativo.

A sbalordire le forze dell’ordine fu il ritrovamento di tutta una serie di materiali utili al travestimento. Oltre a parrucche c’erano anche lenti, barbe e alcune protesi.
«Chi cavolo era veramente» domandò Lenzi a voce alta.
«Commissario facciamo portare via tutto alla scientifica per le analisi?» aveva domandato un agente.
«Sì… Sì certo, dev’essere controllato tutto. Occorre scoprire la sua vera identità.»
Un paio d’ore dopo anche Frediani ritornò al capanno.
«Trovato niente di utile?» gli chiese Lenzi.
«No commissario. Sembra sparito nel nulla, o comunque, se ci ha visti arrivare ha avuto un discreto margine di vantaggio. A quest’ora può essere ovunque.»
«E soprattutto non sappiamo nemmeno che faccia potrebbe avere» disse Lenzi scoraggiato.
«Certo che… Ripensavo alle tue parole. Un tipo come quello, sono quasi sicuro che non si sarebbe fatto sfuggire l’opportunità di godersi lo spettacolo.»
«In che senso Fred?»
«Sono convinto che lui sia rimasto un po’ nei dintorni, in mezzo alle altre persone. Con tutto il materiale che aveva, si sarà reso irriconoscibile. Ecco, adesso ho pure il dubbio che fosse veramente pelato.»
«Tutto può essere… Spero soltanto che dalle analisi della scientifica possa emergere qualcosa, e soprattutto che al suo risveglio, Rossella possa esserci di aiuto.»
Le ricerche e le perquisizioni nella residenza Gianconi durarono per due giorni. Oltre al cadavere del vero padrone di casa non fu trovato altro.

Lenzi aveva fatto visita a Batini, che per giorni non si era mosso dall’ospedale. Le condizioni di Rossella erano gravi, ma non era mai stata in pericolo di vita. Almeno così avevano riferito i medici.
Quando vide arrivare il commissario, il commercialista gli andò incontro e lo abbracciò.
«Grazie commissario. Le saremo grati per sempre per tutto quello che ha fatto.»
Per la seconda volta in pochi giorni Lenzi pensò di essere davvero invecchiato. Prima non era facilmente emozionabile, e del resto quel lavoro lo aveva reso freddo.
Adesso invece faceva fatica a bloccare le lacrime e ad impedirgli di rigargli le guance.
Se pensava all’origine di tutto, sapeva benissimo però che non era frutto dell’età, bensì della perdita di sua moglie.
Sì, essere riuscito a restituire a Batini la consorte lo aveva emozionato. Non poteva far tornare indietro la sua, ma in qualche modo, salvando Rossella, era come se un po’ lo avesse fatto.
«Come sta?» domandò Lenzi.
«I medici dicono che si rimetterà. Il lavoro più grande dovrà essere fatto psicologicamente, perché il trauma subito dev’essere stato veramente tremendo. Ma fisicamente non avrà problemi.»
«Se può servirvi conosco un bravo psicologo.»
«Grazie commissario, ci servirà senz’altro. Sa, oltre alla violenza sessuale che ha subito, quel bastardo l’ha torturata. In alcuni punti hanno detto che la pelle le è stata strappata. Quanto dolore deve aver sopportato? Non oso immaginare cosa le ha fatto… Mi viene da vomitare se ci penso.»
«Già…» furono le uniche parole che pronunciò Lenzi. Nemmeno lui riusciva a rendersi conto di quanto quella donna avesse subito. Soprattutto non sopportava che il responsabile di tutto fosse ancora in libertà.
«Ricominceremo tutto da capo» riprese a parlare Batini «Abbiamo avuto dei problemi in passato, ma riusciremo a venirne fuori. Tutto questo ci rinforzerà ancora di più.»
Lenzi annuì e dopo averlo salutato, abbracciato per l’ennesima volta dall’uomo, se ne andò.

Dieci giorni dopo arrivarono anche i risultati delle analisi della scientifica.
Lenzi era davanti alla finestra del suo ufficio a fumare l’ennesima sigaretta guardando Piazza Gramsci quando Frediani fece il suo ingresso.
«Commissario abbiamo i resoconti delle analisi sui reperti ritrovati al capanno di Gianconi.»


«Bene Fred, e cosa dicono?» domandò Lenzi voltandosi e appoggiando le spalle alla finestra.
«A parte le impronte che appartengono a Rossella, tutto il resto non ha avuto nessun tipo di riscontro con gli archivi. Chiunque sia non ha mai avuto a che fare con la giustizia.»
«Un tipo del genere incensurato… Da non credere. Bisognerebbe chiedere che siano effettuati dei confronti con gli archivi europei… magari in Italia non ha avuto mai problemi, ma all’estero, chi può dirlo.»
«Sì, anche se non nutro molta speranza.»
«In realtà nemmeno io, Fred, ma almeno eliminiamo anche questa eventualità.»
«È dura da accettare…»
Lenzi guardò Frediani con aria interrogativa.
«Sì, non è facile prendere atto del fatto che non esista un colpevole, un sospettato, un ricercato… Cioè, abbiamo in corso un’indagine verso una persona ignota. Secondo te, che possibilità abbiamo di beccarlo?»
«Nessuna Fred… Nessuna. Almeno per adesso. Però sai una cosa? Sono sicuro che Rossella non sia stata la sua prima vittima e sono certissimo che non sarà nemmeno l’ultima. Uno come lui non può fermarsi.»
«Vero… Ma come facciamo a sapere quando, dove e se colpirà ancora? Potrebbe farlo ovunque ed in qualsiasi momento.»
«Lo so. Per questo faremo ricerche incrociate con casi passati di sparizioni e soprattutto di ritrovamenti di cadaveri. Inoltre allerteremo ogni più piccolo comune d’Italia. Esiste un serial killer nel nostro territorio e dovremo stare tutti più attenti.»
«Un serial killer?» il volto dell’ispettore sembrava sorpreso per quel termine.
«Sì Fred. Un paio di giorni fa ho avuto un breve colloquio con Rossella. Lui le parlava. Tutto quello che è accaduto è stata tutta opera sua. Le prove contro Batini e quelle su Coppoli. Lui ha orchestrato tutto, in modo che noi seguissimo le tracce che lasciava volutamente in giro. Posso dire con estrema certezza che se non fosse stato per quella foto sulla gara di pesca, non saremmo mai giunti a lui.»
«Ma cosa c’entra con questo il fatto che tu lo ritenga un serial killer?»
«Beh, sulla base di quanto ha riferito Rossella quel tipo le avrebbe confessato di non essere stata l’unica, ma di aver avuto in passato altre “storie”.»
«Perché per lui erano relazioni… Certo!»
«Sì, in un certo senso lo erano… Tipico dei Serial killer appunto» disse lenzi, che continuò «Prima o poi lo prenderemo, Fred. Adesso abbiamo in archivio le sue impronte. Non è più un signor Nessuno. Metteremo al corrente le prefetture e ogni caso di sparizione verrà analizzato come si deve. Fino ad ora aveva vita facile perché nessuno era a conoscenza della sua esistenza.»
«Questo è vero… Mi metto subito al lavoro» disse Frediani che si avviò verso l’uscita.
«Il manipolatore…»
L’ispettore si bloccò e si voltò di scatto.
«Cosa vuol dire?» domandò.
«il nostro serial killer, lo chiameremo “il manipolatore”…già avergli dato un nome vuol dire che sappiamo a chi dare la caccia.»
Frediani sorrise e annuì.
Lenzi lo guardò uscire dalla stanza. Si accese una sigaretta e si voltò di nuovo verso la finestra, mentre piazza Gramsci iniziava a riempirsi di auto.
Alzò lo sguardo verso il cielo…
“Per quest’anno, credo proprio che non nevicherà più”.

Epilogo
8 Mesi dopo

Mi piace Siracusa.
L’estate è quasi al suo epilogo, ma qui le temperature sono ancora alte.
Se passate da queste parti vi consiglio vivamente una bella cena a Ortigia: di notte è uno spettacolo.
Oggi sono stato al Parco archeologico della Neapolis.
Su tutto ho apprezzato l’orecchio di Dionisio e ovviamente il teatro Greco. Forse dovrebbe essere tenuto meglio per attirare un maggior numero di turisti, comunque sia, visitarla ne vale la pena.
Forse l’alta stagione è terminata, per cui non c’erano moltissime persone, ma probabilmente è stata una fortuna perché in questo modo ho potuto assaporarmi le cose senza il caotico chiacchiericcio delle persone. Odio il caos.
Il mio repentino allontanamento dalla mia vecchia casa all’inizio mi ha creato qualche problema. Dovermi di nuovo creare un’identità, senza preparazione, non è semplice. Per fortuna ho sempre delle vie di fuga che mi consentono ogni volta di ripartire senza grosse ripercussioni.
In questa occasione però non è stato facile.
Per esempio: odio avere la faccia piena di peli per più di un giorno, tuttavia sono stato costretto a farmi crescere la barba e indossare una parrucca. Ho cambiato lenti e adesso i miei occhi sono castani.
Non che questo look mi dispiaccia, però avere questa pelliccia sul viso proprio nel periodo estivo mi mal dispone verso il prossimo.
La mia comunque è stata una scelta forzata: ho dovuto optare per un profilo anonimo, senza attirare troppo l’attenzione.
Un mese fa c’è stata la svolta.
Ho avuto l’opportunità di rinascere di nuovo, per l’ennesima volta. Questa è una cosa che diventa sempre più difficile.
Devo cercarmi un lavoro, ma a quello ci penserò quando tornerò da questa vacanza.
No! Non mi sono trasferito in Sicilia. Credo sia una delle regioni più belle d’Italia, ma la mia opportunità si è verificata da tutt’altra parte.
Dove? Beh, non credo sia importante.
Oggi ho fatto la conoscenza di una coppia. Anche loro sono in vacanza qui a Siracusa.
Mi hanno avvicinato loro chiedendomi dove potessero fare i biglietti per l’ingresso. In effetti non è così intuitivo. Successivamente li ho ritrovati durante la visita al teatro Greco.
Hanno richiamato la mia attenzione e chiesto di fargli una foto mentre sedevano all’interno di una delle piccole grotte sopra la scalinata.
Io non mi sono tirato indietro. Una bella coppia.
Lui mi ha raccontato che quella vacanza non era nei piani, ma durante gli ultimi mesi hanno avuto dei problemi e finalmente sembravano aver ritrovato un po’ di serenità.
Non ho voluto sapere i dettagli anche perché non ne avevo la necessità.
Lui è un uomo molto innamorato della moglie… Certe cose io le vedo. Lei invece… Non so, aveva sempre gli occhi tristi e spesso guardava per terra. Però…
Alla fine della giornata, ci siamo ritrovati di nuovo. Avevamo praticamente parcheggiato uno di fianco all’altro.
Quando si dice il caso…
Prima di partire mi ha detto: “Buona serata. Magari ci ritroviamo da qualche altra parte” regalandomi un sorriso raggiante. Lei invece non ha detto niente. Ma era comprensibile. Io avrei voluto dire tante cose, ma invece ho solo detto “Buona serata anche a voi.”
Sì… ci saremmo ritrovati prima o poi. Senza ombra di dubbio.
Mi ha fatto davvero piacere rivederti… A presto Rossella!

FINE




Il Manipolatore – Capitolo 21

Il commissario Lenzi si presentò davanti a Frediani sventolando un foglio.
«Ecco qua, il mandato è firmato. Adesso non dobbiamo far altro che andare a liberare Rossella.»
«Sperando sia ancora viva» aggiunse Frediani.
«E che diamine Fred… Un po’ di ottimismo» borbottò Lenzi.
I due si diressero verso l’uscita del commissariato, dove gli agenti alle volanti li stavano attendendo per recarsi all’abitazione di Fabrizio Gianconi.
La sua casa si trovava fuori dal centro di Empoli. Era situata lungo la via Tosco Romagnola che portava a Montelupo Fiorentino, in prossimità del Burger King e della rampa di accesso alla FiPiLi.
Qualche attimo prima di immettersi nel piccolo vicolo sterrato che li avrebbe condotti alle porte della tenuta Gianconi, il commissario tenne un breve colloquio con gli uomini della squadra speciale.
Aveva ribadito quanto fosse importante puntare sull’effetto sorpresa: non doveva essere usata la sirena e dal momento in cui sarebbero giunti sul posto, l’azione doveva svolgersi in modo rapido.
Non voleva che il colpevole potesse essere messo in allarme con troppo anticipo, dandogli così il tempo di scappare. Era anche sua ferma intenzione assicurarsi che non avesse nemmeno l’opportunità di far del male a Rossella qualora fosse stata ancora in vita.
Purtroppo non era una reazione rara: il criminale una volta scoperto e in trappola, prima di farsi catturare, sfogava la sua rabbia sulla vittima.
Tutto era pronto.
Le auto della Polizia e il furgone con all’interno gli uomini delle forze speciali arrivarono nel piazzale adiacente la casa di Gianconi.
Si sentivano le voci degli uomini incitarsi e coordinarsi per l’imminente irruzione.
Il Commissario Lenzi e l’ispettore Frediani, insieme ad altri agenti della polizia, rimasero un po’ defilati. Avrebbero atteso prima l’ingresso degli agenti specializzati e successivamente degli uomini dell’ambulanza. Loro sarebbero entrati per ultimi. Del resto non c’era molto che potessero fare.

Adoro sentirti gridare così. Lo senti quanto sono eccitato?
Il sapore del tuo sangue è davvero irresistibile. Mi piace leccarmi le dita… Nemmeno una goccia deve andare persa. Lo voglio tutto.
Ti piace quando ti penetro? Sì vero?
O ti piace di più quando affondo le mie dita nella tua carne?
Ti vedo come vibri e smani ogni volta che lo faccio. E sì… grida pure!
Sai, mia cara… In amore sono proprio egoista. Non mi interessa più di tanto sapere se godi oppure no. Non mi importa se riesci a raggiungere l’orgasmo o meno.  Tutto quello che riesci a fare, in ogni caso, è portarmi a questo stato di immensa eccitazione.
E voglio che tutto questo sia sempre più intenso… Così!
Incidere i seni, per te così sensibili, ti costringe a gridare… Ancora… E sempre più forte…
Ops…
Tesoro scusami un attimo.
Guarda… I tuoi amici sono arrivati.
Sì, ho installato delle videocamere nascoste davanti casa per poter controllare chi si aggira nei pressi. E guarda un po’… È arrivata la cavalleria tutta insieme.
A questo punto credo che non potrò continuare amore mio. Non so quanto ci metteranno a entrare dentro, ma non posso rischiare di farmi trovare qui… Con te!
Sai, non so nemmeno cosa fare.
Potrei reciderti la carotide e farti dissanguare in pochi minuti. Oppure fare in modo che il tuo cuore, rallenti… Lentamente, fino a fermarsi.

La squadra speciale aveva fatto irruzione.
Il commissario Lenzi aveva cambiato idea all’ultimo secondo, decidendo di seguirli, insieme all’ispettore Frediani, con le pistole in pugno.
La parola “Libero” era risuonata almeno quattro volte all’interno dell’appartamento.
«La casa è vuota commissario» aveva sentenziato chi aveva diretto le operazioni dell’irruzione.
«Che vuol dire vuota?» domandò confuso.
«Che all’interno non c’è nessuno»
Era così convinto di trovare Rossella lì dentro che entrò in ogni stanza, quasi a volersi assicurare che non si fossero sbagliati. Non era possibile.
«Ragazzi, smontiamo tutto. Deve pur esserci qualcosa qui, nascosto da qualche parte che possa aiutarci» ordinò Lenzi.
Per non lasciare niente di intentato aveva allertato anche l’unità cinofila. Magari il fiuto dei cani sarebbe stato utile.
L’abitazione di Gianconi non era grande. Era strutturata tutta su un livello a piano terra. L’ingresso era indipendente e un ampio giardino sul retro completava la proprietà. Gli uomini di Lenzi avevano iniziato a perlustrare ogni angolo della casa. I mobili venivano spostati per assicurarsi che non ci fossero entrate segrete, le mura analizzate per accertarsi che non fossero presenti insenature o nascondigli. Persino il pavimento fu sottoposto a un minuzioso controllo.
Niente… Non c’era nessuna traccia di Gianconi o di Rossella. Gli uomini della scientifica, chiamati per prelevare ogni piccola impronta, capello o sostanza, avevano già inviato in laboratorio alcuni reperti. Se avessero avuto la certezza che Rossella fosse stata lì, avrebbero potuto emettere un mandato di arresto per Gianconi, o chiunque fosse quell’uomo.
Già, perché il problema per il commissario era anche quello: un uomo che non sembrava essere quello che le sue generalità indicavano.
E in archivio, non esisteva niente che potesse essere comparato con quell’uomo. A meno che…
«Commissario, venga fuori in giardino» disse un agente che aveva raggiunto Lenzi interrompendo i suoi pensieri.
Uscito fuori, il commissario notò alcuni agenti dell’unità cinofila immobili in un angolo del giardino e i rispettivi cani abbaiare e annusare ripetutamente per terra.
«Forse è il caso di scavare in questo punto, commissario» disse uno di loro.
Lenzi non se lo fece ripetere due volte. Prese il telefono e chiamo una squadra attrezzata con un piccolo escavatore.
«Temi ci sia Rossella sepolta?» domandò Frediani.
«Non voglio pronunciarmi, Fred… Ma purtroppo non sarebbe da escludere.»
La ricerca di un corpo sepolto è sempre un lavoro che viene effettuato con estrema attenzione e lentezza. Ovviamente nessuno sa con certezza cosa possa esserci e nemmeno a quale profondità. Per questo, onde evitare di lesionare l’eventuale corpo compromettendo, tra l’altro, l’analisi autoptica successiva, l’escavatore viene utilizzato con cautela e sotto la supervisione di uno specialista a terra.
«Commissario, ci siamo. C’è sicuramente un corpo sepolto qui sotto» esclamò uno degli agenti.
«Il medico legale è arrivato?» domandò Lenzi.
«Sì, è già qui.»
«Ottimo… Io ho già avvertito Marconi, che dovrebbe raggiungerci tra poco.»
L’arrivo del PM coincise con l’estrazione dei resti di un corpo che furono adagiati di fianco al monte di terra formatosi dall’operazione di scavatura.

Facciamo così, amore.
Lasciamo che sia il destino a decidere il futuro. Perché mai dovremmo essere noi a farlo? Chi siamo poi, noi, per emettere una sentenza così importante.
No… Se l’universo vorrà che tu possa continuare a muoverti in questo mondo… Ti permetterà di farlo, altrimenti, con molto dispiacere… Tutto finisce qui.
Sai tesoro, sei la prima donna con cui non riesco ad arrivare fino in fondo. E sia chiaro, non dipende certo dalla mia volontà. Io avrei voluto, davvero, ma gli eventi ci sono stati avversi. E poi quel Lenzi… Per la prima volta mi sono trovato di fronte qualcuno molto intuitivo. O forse ho commesso io degli errori. Qual è stato il più grave? Sicuramente la mia presunzione. Il ritenere gli altri degli stupidi. In realtà spesso ho avuto vita facile, ma non questa volta.
E alla fine… Eccoci qui.
Le ferite che hai non sono così gravi, ma non si rimargineranno in tempo. Il sangue che stai perdendo non si fermerà, così come l’emorragia interna. Facendo un calcolo approssimativo, diciamo che entro le prossime ore sentirai lentamente perdere le forze. Fino a quando perderai conoscenza e il tuo cuore cesserà di pompare sangue. Se riusciranno ad arrivare in tempo, potresti farcela… Oppure potresti essere rianimata ma la mancanza di ossigeno potrebbe aver causato danni cerebrali importanti. E sarebbe un vero peccato… non trovi?
Forse sarebbe meglio non svegliarsi.
Comunque sia, mi mancherai. Ho passato dei giorni davvero stupendi con te.
Ciao Rossella, ti bacio queste labbra per l’ultima volta.

Il commissario Lenzi era in piedi a pochi passi da ciò che un tempo era senz’altro stato un uomo. O almeno questo aveva riferito il medico legale.
«Beh commissario, non potrò esserne certo fino a quando non avrò eseguito le analisi in laboratorio, ma si tratta senza dubbio di un uomo. Non posso esprimermi sulle cause della morte, ma stando alla descrizione in nostro possesso, è molto probabile che questo sia il corpo di Fabrizio Gianconi» disse il medico legale.
«Quindi, ricapitolando, qualcuno ha ucciso quest’uomo per prenderne l’identità. Possibile che nessuno se ne sia accorto?» Lenzi guardò Frediani allargando le braccia.
«In effetti potrebbe essere possibile, anche perché lui se ne andò da qui che era poco più di un bambino, e a distanza di tutti questi anni chi avrebbe potuto riconoscerlo? Si è stabilito in questa casa dopo la morte di sua madre, suo padre invece non era più in vita e per quanto ne sappiamo non aveva altri parenti. Chi mai avrebbe potuto affermare che quest’uomo era un impostore?»
«Dov’è Rossella allora? Che fine hanno fatto?» Lenzi espresse quelle domande con un tono della voce più alto del normale, in modo che tutti potessero sentire.
«Continuiamo a cercare, qualcosa salterà fuori» disse Frediani.
Tutti i cassetti vennero svuotati e ogni carta fu esaminata scrupolosamente. Non sembrava esserci niente di utile.
«Commissario, riflettiamo» disse Frediani «se lui è il nostro uomo…»
«Su questo direi che non ci sono dubbi» intervenne Lenzi.
«Ok, concordo. Dicevo, sicuramente per tenere imprigionata Rossella per tanto tempo avrà avuto bisogno di un luogo isolato, magari una stanza di un albergo a una stella, di quelli usati dalle prostitute. Oppure…»
«No fred, non credo che un tipo come lui avrebbe portato il corpo di una donna in un luogo del genere. Ammesso che non l’abbia uccisa subito, se l’ha tenuta in vita lo ha fatto solamente per infierire su di lei in modo poco piacevole subire. Non credo che una stanza di albergo possa essere il posto migliore.»
«Magari ha affittato una camera o un appartamento da qualche parte» ipotizzò Frediani, mentre continuava a ispezionare la casa.
Frediani e Lenzi si trovavano in cucina. Era grande, con un tavolo appoggiato a una parete e tre sedie intorno, e avevano svuotato ogni cassetto: dalla credenza ai bussoli in cui erano presenti piatti e pentole.
«Ci avevo pensato anche io, ma ho scartato questa possibilità. Ormai è difficile trovare qualcuno che ti affitta senza un regolare contratto, e non credo che abbia voluto lasciare una traccia dei suoi movimenti.»
Frediani annuì a quella risposta.
Intorno alla casa si era radunata una schiera di curiosi.
Alcuni di loro abitavano nelle vicinanze e Lenzi ritenne che potesse essere utile porre loro qualche domanda.
«Conoscevate l’uomo che abitava qui?» domandò il commissario, evitando volutamente di fare il suo nome. Molti scossero la testa, qualcuno rispose che lo avevano visto un paio di volte.
Solo un uomo sembrava averci avuto a che fare: «Non c’avevo troppa confidenza, però abbiamo chiacchierato più volte.»
«E di cosa parlavate?» domandò Lenzi.
«Mah, niente di che… si discorreva sull’orto.»
«In che senso? Avevate entrambi la passione per la coltivazione?» insisté il commissario.
«Non proprio, io poi non amo lavorare la terra. Sa come diceva il mio povero babbo? La terra è troppo bassa» l’uomo, che Lenzi ritenne avere circa sessant’anni, accennò un sorriso.
«Allora non capisco.»
«La mamma di questo qui, e c’aveva l’orto vicino alla terra dei miei, e lì ai tempi di quando erano giovani, avevano costruito dei capanni. Ora lui mi chiedeva se fossero segnati al catasto oppure no, e io so per certo che quelli sono tutti abusivi. Anni fa c’era stata la possibilità di condonare ma non so se…»
«Ma di che tipo di capanno parli, qualcosa tipo casetta porta attrezzi?»
«Se, una sega… Noi d’estate e ci si faceva anche il pranzo. E un voglio esagerare, ma saranno anche venti metri quadrati…»
«Cazzo!» esclamò Lenzi «Dove sono questi capanni? Dov’è l’orto?»
«Lo vede quel sentiero lì sulla destra?» domandò l’uomo. Il commissario annuì e fece cenno a Frediani di andare a chiamare altri agenti.
«Lo segua» continuò l’uomo «dopo quattro o cinquecento metri troverà l’orto e il capanno dei miei, e, un centinaio di metri dopo, quello di Fabrizio. So che tempo fa c’aveva fatto dei lavori…»
Il commissario Lenzi non prestò più attenzione all’uomo. Insieme a Frediani e ad altri cinque agenti iniziò a percorrere quel sentiero. I passi, inizialmente lenti, presero via via velocità, fino a diventare quasi una corsa.
Era lì, Rossella era lì dentro… Ne era sicuro. Doveva esserlo!




Il Manipolatore – Capitolo 20

Il Commissario Lenzi aveva indetto immediatamente la riunione con i suoi uomini per assegnare i compiti. Aveva preteso che fossero eseguiti con celerità ed era stato molto chiaro.
Tra l’altro non era servito molto tempo, anche perché non era complicato ciò che avrebbero dovuto fare.
“In questa lista sono presenti tutti i nomi delle persone che lavorano nello studio legale As.Av.E, in via Roma. Inoltre, dovete parlare con i dirigenti dell’azienda di pulizie Ceracoli e farvi dare le generalità dei dipendenti che hanno lavorato presso lo studio. Voglio sapere tutto di ognuno di loro. Non tralasciate nessun dettaglio, esplorate il loro passato e soprattutto… Fate in fretta.”
Aveva pronunciato solo queste parole e subito dopo la sala si era svuotata.
L’ispettore Frediani si era alzato per ultimo e si era avvicinato al commissario.
«E ora che facciamo? Aspettiamo?» domandò lui.
«Sì, non ci resta molto altro da fare. Tra l’altro non sono nemmeno sicuro che questa sia la pista giusta» rispose Lenzi.
«Non possiamo averne la certezza, però direi che ogni cosa porta allo studio di Coppoli. Forse qualcuno sta cercando di fargliela pagare. Oppure potrebbe essere semplice gelosia…»
«Pensi a una motivazione passionale?»
«Beh, perché no? Per quanto ne sappiamo noi, Rossella era una donna sposata che aveva una relazione con un collega. Non conosciamo nient’altro di lei, del suo passato e non sappiamo nemmeno se sia un habitué del tradimento.»
«Resta il fatto che chiunque sia il colpevole, deve aver avuto accesso allo studio.»
«Vero! Però, riflettiamoci un attimo: chi stiamo cercando è riuscito ad accedere all’interno dell’abitazione dei Batini e ha fatto in modo di lasciare le impronte nei punti importanti…»
«Questo lo si può apprendere anche facendo qualche ricerca su internet» obiettò il commissario.
«Trasferire le impronte? Sì, però non si è limitato solo a questo. E comunque volevo concludere il mio concetto dicendo che…»
«Se ha la capacità di introdursi nella villa dei Batini, nelle loro auto e in quella dell’avvocato Coppoli, sicuramente non ha avuto difficoltà a penetrare all’interno degli studi As.Av.E» concluse Lenzi.
Frediani annuì con la testa sorridendo. Rimaneva sempre piacevolmente sorpreso quando Lenzi completava le sue deduzioni. Era come se stessero pensando la stessa cosa nel medesimo istante. Non sapeva come chiamarla: coincidenza? Oppure sintonia?
Non era la prima volta che succedeva.
«Cosa ne pensi di ciò che ha detto il suo legale durante l’interrogatorio?» domandò Frediani.
«Intendi riguardo Gianconi?»
«Sì, esatto.»
«Non c’è molto da dire. Il fatto che non fosse a conoscenza del processo al tassista non ha molta importanza. E non avrebbe potuto prevedere che quella sera, sarebbe stato proprio lui a rispondere alla sua chiamata.»
«Se conosci la realtà di Empoli, sai che non potrebbe essere difficile come evenienza. Non è che ci siano tutti questi tassisti. E comunque in quel caso, sicuramente la storia sarà stata conosciuta e condivisa dai suoi colleghi. Insomma, una persona che ha dimostrato di aver tutta questa attenzione per i particolari non può aver sottovalutato questo aspetto.»
«Certo, a meno che non fosse all’oscuro dell’avvenimento» disse Lenzi.
«Proprio così» annuì Frediani.
«Allora pensaci tu… scava nel passato di questo Gianconi. Cerca tutto ciò che possa riguardare i suoi spostamenti, i suoi precedenti lavori e ogni cosa possa, anche solo apparentemente, ritenersi utile alle indagini.»
«Vado…» l’ispettore si voltò, appoggiò un attimo la mano sulla spalla del commissario e uscì dalla sala riunioni.

Le ore passavano in fretta.
Chiuso nel suo ufficio, Lenzi aveva riflettuto molto su tutto quello che era accaduto negli ultimi giorni. Iniziava a non nutrire più molte speranze sulla possibilità di ritrovare Rossella Manni ancora in vita. Era passato troppo tempo e, non trattandosi di un classico rapimento a scopo di estorsione, la casistica diventava spietata. Passate così tante ore dalla scomparsa, le poche volte che accadeva di ritrovare qualcosa, si trattava sempre di un cadavere. In alcune circostanze invece erano state rinvenute solo parti di un corpo umano.
Gran parte di quel pomeriggio lo aveva passato davanti alla finestra semi aperta del suo ufficio a fumare. Quando finiva una sigaretta, si avvicinava alla scrivania, la spegneva e tornava a osservare fuori. Vi restava fino al momento in cui non avvertiva l’aria gelida intorpidirgli il volto. Quello era come un segnale: gli indicava che era trascorso abbastanza tempo da poter prendere una nuova sigaretta e accenderla.
Di tanto in tanto qualcuno bussava alla porta del suo ufficio e lasciava dei fogli con i risultati delle analisi sui dipendenti dell’As.Av.E e dell’impresa di pulizie.
Fino a quel momento non c’era stato niente di rilevante.
Gli avvocati consociati dello studio avevano tutti degli alibi importanti per le ore in cui la Manni era sparita. Uno di loro era addirittura all’estero.
Senza motivo la sua mente iniziò a concentrarsi su un dipendente in particolare: Fabrizio Gianconi.
Era consapevole che tutti gli indizi raccolti fino a quel momento indicavano come responsabili solo due persone: Batini e Coppoli.
In entrambi i casi però le successive verifiche avevano evidenziato un chiaro tentativo di manipolazione delle prove. Era chiaro come qualcuno avesse cercato di far ricadere la colpa prima sul marito dell’Avvocato Manni e poi sul suo amante.
Ma perché?
Lenzi non riusciva a trovare un valido motivo per un modus operandi così contorto.
Un’idea gli attraversò la mente: e se tutto fosse stato fatto scientemente con l’obiettivo di far ritardare le indagini e di conseguenza la risoluzione del caso?
Del resto, per come stavano le cose, se anche avessero trovato in Gianconi competenze tali da far eseguire azioni come quelle necessarie per trasferire impronte o introdursi in ville e auto, in nessun caso avrebbero potuto provare la sua presenza in tali luoghi. Già, perché non esisteva una sola traccia, un solo microscopico residuo organico, che non fosse riconducibile a Rossella e ai suoi due uomini.
E in ultima analisi, senza aver ritrovato il corpo della donna, qualsiasi insinuazione sarebbe stata inutile.
Chiunque fosse stato, aveva come creato un vuoto tra se stesso e tutto quello che orbitava intorno a Rossella.
Una domanda lo tormentava: perché mai avrebbe dovuto farlo?

Il pomeriggio stava giungendo al suo culmine. I lampioni di Piazza Gramsci conferivano a tutto l’ambiente un colore arancione soffuso. Il suo sguardo si alzò verso il cielo che aveva assunto un colore chiaro, quasi biancheggiante. Chissà se in quei giorni avrebbe nevicato, pensò.
Aveva quasi abbandonato l’idea di avere, per quel giorno, qualche notizia importante, quando l’ispettore Frediani entrò dentro la stanza.
Lenzi si voltò di scatto. Aveva appena sentito bussare e non fece in tempo a rispondere “avanti” che l’ispettore era già davanti la sua scrivania.
Aveva lo sguardo eccitato.
«Tutto bene Fred?» domandò preoccupato Lenzi.
«Ci sono grosse novità Commissario» rispose Frediani con ancora il tipico fiatone di chi aveva fatto tutte le scale di corsa.
«Cerca di non morire, siediti e spiegami tutto» disse Lenzi divertito dal vederlo così.


«Come mi avevi chiesto ho cercato di indagare sul passato di Gianconi. In realtà non c’era molto. Si è trasferito a Empoli meno di tre anni fa. Dopo qualche mese è stato assunto allo studio As.Av.E. Non ha particolari amicizie e non frequenta locali, o almeno nessuno lo ha riconosciuto.»
Lenzi piegò la testa con aria interrogativa.
«Beh, l’avvocato Coppoli mi ha procurato una sua foto, in modo da poterla mostrare» si affrettò a spiegare Frediani.
«Bene, e cosa c’è che non va in tutto questo?» domandò Lenzi.
«In tutto questo niente, però ho iniziato a scavare nel suo passato. La sua precedente residenza era a Roma: ci ha vissuto per dodici anni. Allora ho chiamato un mio carissimo amico e collega della prefettura di Roma. Gli ho spiegato un po’ la situazione e gli ho chiesto se poteva darmi qualche informazione su questo Fabrizio Gianconi.»
«E quindi?» Lenzi era diventato impaziente.
«Ho proseguito le mie ricerche, anche facendo uso di internet, in attesa di una sua risposta… Che non si è fatta attendere molto. Mi ha contattato un paio di ore dopo dicendomi che il nostro Fabrizio Gianconi è un uomo impeccabile. Mai una multa per una infrazione automobilistica, lavoratore instancabile. Ha lavorato, per tutto il tempo in cui ha vissuto nella capitale, come impiegato per uno studio commerciale. Ha lasciato tutto e venduto il suo appartamento quando è morta sua madre, che viveva nella sua città natale: Empoli.»
«Aspetta, fammi capire, Fabrizio Gianconi è nato qui?»
«Sì, ma non è questo il dato importante, perché ha vissuto qui solo per i primi quattro anni della sua infanzia, poi a causa del lavoro di suo padre, ha iniziato a spostarsi sistematicamente.»
«Che lavoro faceva il padre?»
«Era un manager, da quel che ho potuto capire. Di quelli che vengono chiamati per risanare le aziende.»
«Quindi doveva anche avere un sacco di soldi» disse Lenzi.
«Sì, probabilmente era così.»
«Vai avanti… Cosa è successo dopo?»
«Stando alle notizie che mi sono arrivare, i suoi genitori si sono separati. La madre è tornata a vivere a Empoli, mentre il padre dopo aver terminato il suo ultimo incarico ad Ancona, si è trasferito definitivamente a Roma. Qui è stato raggiunto dal figlio Fabrizio. Otto anni fa, il padre è morto per un infarto fulminante.»
«Fred, arriva al punto. Perché non ci vedo niente di cui essere così eccitato.»
«Hai ragione, mi sono lasciato prendere dal racconto. Comunque sia, il mio amico mi ha detto di non aver trovato niente di rilevante, a parte la sua passione per la pesca.»
«Non capisco» Lenzi lo guardò confuso.
Frediani mise una mano in tasca del suo giaccone e tirò fuori una foto che appoggiò sulla scrivania.
Lenzi la osservò. Si avvicinò con il viso per poterla guardare meglio.
L’immagine ritraeva una uomo in pantaloni mimetici, un fisico robusto e una pancia vistosa che minacciava di esplodere da dentro il giubbotto senza maniche tipico dei pescatori. A giudicare dalla prospettiva e dal cartello che aveva accanto non sembrava più alto di un metro e sessantacinque. Tra le braccia teneva un grande esemplare di pesce di cui Frediani e Lenzi ignoravano la specie.
«E questo chi sarebbe?» domandò il commissario.
«Se leggi la didascalia c’è scritto. La foto è stata presa da un vecchio giornale.»
Lenzi prese la stampa in mano e l’avvicinò al suo volto in modo da riuscire a leggere il testo sbiadito sul fondo dell’immagine.
“Il vincitore della gara di pesca Fabrizio Gianconi”
«Cioè, fammi capire… questo è un omonimo del nostro Gianconi?»
«No… No… Questo non è un omonimo. L’uomo in questa foto è lo stesso Fabrizio Gianconi che tre anni fa, dopo aver ricevuto la notizia della morte di sua madre, ha venduto tutto e si è trasferito nella casa di Empoli.»
Lenzi guardava Frediani senza pronunciare una sola parola. Ogni tanto tornava a guardare la foto, ma subito dopo il suo sguardo si dirigeva di nuovo sull’ispettore.
«E allora, il Fabrizio Gianconi che lavora all’As.Av.E chi è?»
«Ecco, commissario, questa credo sia una bella domanda che dovremmo porre direttamente a lui.»
«Sì…»
Lenzi alzò la cornetta e compose un numero: «Voglio una squadra pronta tra dieci minuti, dobbiamo fare un’irruzione in un appartamento. Sì, tranquilli, passo io a farmi firmare il mandato dal dirigente.»
Lenzi indossò la sua giacca e affiancò l’ispettore: «Fred, forse faremo un buco nell’acqua, ma ci sono grosse probabilità che Rossella sia tenuta nascosta nella casa di Gianconi, o chiunque esso sia.»
«Dubito che sia ancora viva, però non dobbiamo perdere tempo» disse Frediani.
I due uomini si scambiarono un lungo sguardo. Non avevano percepito nemmeno loro quanto tempo erano stati a fissarsi in quel modo. Senza alcun preavviso, quasi all’unisono scossero la testa in segno di assenso e uscirono dalla stanza.




Il Manipolatore – Capitolo 19

L’ispettore Frediani aprì la porta della saletta in cui il Commissario Lenzi stava seguendo l’interrogatorio.
«Come sta andando?» chiese.
«Secondo me stiamo semplicemente girando intorno al secondo buco nell’acqua.»
La risposta strappò un sorriso all’ispettore «anche secondo me, nonostante non abbia seguito quello che stanno dicendo.»
Il commissario lo guardò piegando la testa «hai avuto notizie dal tassista?»
«Sì» rispose Frediani «e l’avvocato non è il nostro uomo.»
«E ne è sicuro? Perché se non ricordo male, la prima volta, ti aveva detto di non essere in grado di riconoscere chi fosse salito quella sera sul suo taxi.»
«Vero, e continua a non saper dare una descrizione dettagliata.»
«E allora, scusa… Non capisco.»
«Hai la stessa reazione che ho avuto io quando ho parlato con lui e gli ho mostrato la foto. Gli ho chiesto se riconoscesse, nell’immagine stampata, l’uomo che quella sera aveva chiamato da via XI Febbraio.»
«E cosa ti ha risposto?»
«Ha guardato la fotografia e poi mi ha ribadito di non essere in grado di dare ulteriori dettagli su quell’uomo, affermando comunque che non si trattava della stessa persona ritratta nell’immagine. Allora io ho chiesto come potesse esserne sicuro, dal momento che non lo aveva visto bene.»
«E lui?»
«Ha detto queste testuali parole: “perché l’avvocato Coppoli lo conosco molto bene e se fosse salito sul mio taxi mi avrebbe almeno salutato, e comunque lo avrei notato subito.»
«Non ha senso» obiettò Lenzi.
«Neanche secondo me ne aveva, però poi ho chiesto che approfondisse il concetto e mi ha spiegato.»
Il commissario Lenzi si mise a braccia conserte e guardandolo lo invitò a continuare: «Sono curioso.»
«Ogni giorno sul suo taxi salgono decine persone. Uomini di affari, viaggiatori, anziani che non possono andare a trovare la figlia perché i mezzi pubblici non ci arrivano. Lui non ha mai avuto una memoria fotografica. Per questo motivo difficilmente ricorda in modo particolareggiato le persone con cui ha un contatto per la prima volta, specialmente se percorrono brevi tragitti. Anche perché, come giustamente ha tenuto a sottolineare, lui deve guardare davanti e non dietro. E Empoli non è Roma, in cui, nemmeno troppo raramente, puoi rimanere bloccato per strada anche per mezz’ora. Tra l’altro, ha aggiunto, se il cliente non ha borse ingombranti, non deve nemmeno scendere dall’auto per aprire il bagagliaio. In definitiva, il contatto visivo con quella persona si riduce al momento della sua salita e a quello del pagamento: cioè pochi attimi.»
«E se fosse salito cercando di non farsi notare? Magari non lo ha salutato proprio perché non voleva essere riconosciuto» insisté Lenzi.
Frediani sorrise «Commissario siamo proprio simili io e te. Ho fatto anch’io la stessa obiezione. Ma anche in questo caso è stato molto chiaro. Circa quattro anni fa il tassista ha avuto un incidente. Si trattava di una cosa grave perché c’è scappato anche il morto…»
«E Coppoli è stato il suo avvocato» Lenzi concluse la frase e vide l’ispettore annuire.
«Ma non è tutto. La causa fu molto più complicata di quanto avessero previsto e lui rischiava il carcere. In realtà non aveva colpe, però erano stati trovati dei testimoni poi risultati falsi. Sa come funzionano a volte certe cose con le assicurazioni…»
«Sì, lo so. In alcuni casi sono le stesse società assicuratrici che invitano i loro clienti, in caso di sinistro, a trovarsi qualcuno che dichiari di aver visto come sono andate le cose.»
«Però l’avvocato Coppoli si era preso a cuore il caso di questo tassista. Forse perché aveva creduto alla sua innocenza, oppure perché era stato colpito dalla situazione familiare. Sua moglie infatti si era ritrovata senza lavoro in quanto la ditta di pulizie per cui lavorava aveva perso l’appalto e quindi aveva dovuto ridurre il numero dei suoi dipendenti. Lui, così, si era ritrovato a essere l’unico a portare a casa lo stipendio e con una bimba piccola la situazione non era semplice. A causa di quell’incidente rischiava di perdere il suo impiego e addirittura di passare un periodo in carcere, tutto per qualcosa che non aveva commesso.»
L’ispettore Frediani si appoggiò al muro di fronte alla finestra da cui si poteva osservare l’interrogatorio e continuò il suo racconto.


«L’incidente era stato violento. Lui era fermo a un incrocio. Quando il semaforo diventò verde partì e in quel momento una moto che viaggiava ad altissima velocità gli si schiantò addosso. Quell’incrocio non aveva ancora le telecamere di sorveglianza che hanno in molti adesso. Il motociclista morì nel giro di qualche ora, senza aver mai ripreso conoscenza.»
Frediani e Lenzi si voltarono verso la finestra richiamati dalle parole del PM Marconi: «Avvocato Coppoli non so quanto le possa convenire continuare con questa versione. Abbiamo prove inconfutabili, le impronte digitali non godono di vita propria. Come ci sono finite lì, se non ce le ha lasciate lei?»
Entrambi scossero la testa e l’ispettore tornò a parlare: «Il tassista raccontò la sua versione alla Polizia Stradale che giunse sul luogo. Per sua sfortuna l’incidente avvenne alle cinque del mattino e a quell’ora, in quella zona, le strade sono praticamente deserte. Apparentemente c’erano solo lui e il motociclista che non poté dichiarare niente perché deceduto quasi subito.»
«Però le cose non stavano proprio così… Giusto?»
«Diciamo che qualche giorno dopo la sua assicurazione gli comunicò che l’altra parte aveva presentato dei testimoni che asserivano di aver assistito allo scontro e affermando che il taxi era passato con il rosso.»
«E Coppoli in tutto questo cosa c’entra?»
«Il tassista si ritrovò in poco tempo con un’accusa di omicidio colposo sulle spalle. Per questo decise di affidarsi a un avvocato penalista che un amico gli aveva consigliato. In quel momento non avevano grosse alternative su come comportarsi. In questi casi di solito si “cercano” testimoni a favore…»
«Cioè persone disposte a testimoniare il falso… Che usanza del cazzo che abbiamo» sbottò Lenzi.
«Sì, l’alternativa era questa e concordo con te. Prima di decidere la strategia da seguire, Coppoli pretese da lui una risposta sincera a una semplice domanda: sei veramente innocente, sei davvero passato con il verde? La sua risposta fu un fermo e deciso sì.»
Lenzi vide che lo sguardo di Frediani era rivolto ai tre uomini nella saletta attigua, e in particolare indirizzato all’indagato. Gli sembrò un’espressione di stima quella che era apparsa sul volto dell’ispettore.
«La risposta del tassista dev’essere stata convincente perché Coppoli decise di non avvalersi di nessuna testimonianza falsa. Se era la verità, avrebbe fatto in modo che venisse a galla.»
«Una visione romantica della sua professione» aggiunse Lenzi.
«Già… Fatto sta che, avvalendosi di un investigatore privato, fece le sue indagini scoprendo che le testimonianze erano decisamente false. Riuscì ad avere le prove che, le persone che avevano dichiarato di aver assistito all’incidente, in realtà si trovavano da tutt’altra parte. La sua fu quasi un’azione vendicativa.»
Lenzi lo guardò con aria confusa «In che senso?»
«Beh, non rivelò le sue scoperte all’altra parte in causa, ma aspettò il processo. In quel contesto durante il riesame dei testimoni smontò la loro tesi dimostrando davanti al giudice che quanto affermavano era falso. Credo che abbiano passato dei guai, in seguito a quell’azione.»
«E il tassista è stato quindi dichiarato innocente?»
«Sì, certo. Tra l’altro non ha dovuto pagare nemmeno la parcella dell’avvocato e la sua auto, che era ridotta molto male, è stata riparata con i soldi dell’assicurazione. Insomma, quell’uomo è grato al Coppoli, e se quella sera fosse salito sul suo taxi se ne sarebbe accorto.»
«Ok… Fammi fare l’avvocato del diavolo, Fred. E se gli fosse talmente riconoscente da coprirlo?»
«Tutto può essere, ma onestamente ho fatto attenzione alla sua espressione quando gli ho mostrato la fotografia, ho cercato di carpire del nervosismo nelle sue parole… No, Commissario, era sincero.»
Ci furono alcuni attimi di silenzio, in cui faceva da sfondo solo la voce del PM Marconi che stava ancora interrogando l’avvocato Coppoli.
«Forse questo è stato il primo passo falso del nostro uomo» Lenzi interruppe il silenzio.


«Cosa intendi dire?»
«Che aver preso il taxi, quella sera, potrebbe essere stato uno sbaglio, soprattutto se il suo intento era stato quello di far ricadere la colpa su di lui» Lenzi indicò con il dito l’avvocato Coppoli.
«Continuo a non capire…» disse Frediani toccandosi la mascella.
«Aspetta qui e forse capirai» Lenzi uscì dalla stanza.
Lo sguardo di Frediani rimase immobile a fissare la stanza in cui si stava svolgendo l’interrogatorio.
Alcuni istanti dopo vide la porta aprirsi e Lenzi fare un cenno a Marconi che lo raggiunse. Si scambiarono alcune parole sottovoce, quindi tornarono entrambi vicini al tavolo in cui sedevano Coppoli e il suo avvocato.
«Il Commissario Lenzi vorrebbe farle alcune domande» disse Marconi.
L’avvocato e il suo assistito si guardarono e dopo un gesto d’intesa annuirono.
«Avvocato Coppoli, chi ha accesso allo studio, oltre a voi legali?»
«Solo noi, gli impiegati e gli addetti alle pulizie» rispose Coppoli.
«Bene, avremo bisogno di tutti i loro nominativi» concluse Lenzi.
«Un momento» intervenne l’avvocato «cosa significa tutto questo?»
«Abbiamo motivo di credere che qualcuno abbia tentato di incolpare lei per la sparizione della Manni, così come in precedenza aveva fatto con il signor Batini» rispose Marconi dopo essersi scambiato un cenno con Lenzi, «e chiunque sia stato ha, molto probabilmente, libero accesso ai vostri studi. Per questo vi chiediamo la massima collaborazione.»
«Sì, certo, non ci sono problemi… Ma non credo che qualcuno dei nostri…» le parole di Coppoli rimasero sospese.
«Tutto porta all’ As.Av.E, quindi non ci sono molte altre possibilità. Anzi, vi dirò di più, molto probabilmente si tratta di qualcuno che non è a conoscenza della sua difesa nei confronti di un tassista coinvolto in un incidente stradale. Ricorda quel caso?» domandò il commissario.
«Certo che lo rammento, accadde circa quattro anni fa, e sembrava quasi impossibile vincere. Non capisco però cosa c’entri con questo» rispose Coppoli.
«Le assicuro che invece c’entra…» riprese Lenzi «Sono tutti a conoscenza delle cause di ogni singolo avvocato nel vostro studio?»
«Beh, sì… Ogni avvocato ha il suo impiegato, però alla fine tutti sono a conoscenza delle cause penali in corso. Sa, ci confrontiamo, ne parliamo… Anche solo pettegolezzo, ma non è un segreto. Poi, se come in quel caso, si tratta di una vittoria inaspettata in un processo per omicidio colposo, allora di solito festeggiamo.»
«Quindi, all’interno dello studio, tutti sapevano di quel caso» disse Lenzi.
«Però Gianconi è arrivato solo due anni e mezzo fa» suggerì l’avvocato Vignoni guardando Coppoli.
«È così?» domandò Lenzi.
«Sì, in effetti è vero… Pensate sia lui il colpevole?» Coppoli sembrava perplesso, «No, non ci posso credere. È sempre stato efficiente ed affidabile, perché mai avrebbe dovuto farlo? È un uomo così mite, e poi perché Rossella?»
«Allora, diciamo che lei adesso ci scrive tutti i nomi dei dipendenti e degli addetti alle pulizie, poi alle conclusioni arriveremo noi.»
Frediani aveva ascoltato tutto e aveva capito quale fosse l’intuizione del commissario.
Chiunque fosse stato a conoscenza della vicenda in cui era stato coinvolto il tassista, non avrebbe mai chiamato un taxi nel tentativo di far ricadere la colpa sul Coppoli. Era palese che sarebbe stato del tutto inutile. Quindi, l’errore a cui faceva riferimento Lenzi era proprio quello. Chi aveva rapito Rossella Manni aveva cercato di far incriminare prima il marito e poi l’amante. In questo secondo tentativo però aveva ignorato il fatto che il tassista avrebbe riconosciuto l’avvocato Coppoli e questo perché sicuramente non era a conoscenza dei fatti avvenuti quattro anni prima.
Frediani pensò che forse, per la prima volta da quando Batini era andato in commissariato a denunciare la sua scomparsa, erano sulla strada giusta… E con quel pensiero, uscì dalla stanza.




Il Manipolatore – Capitolo 18

L’avvocato Coppoli arrivò in commissariato in mattinata come aveva promesso.
Per iniziare rilasciò le impronte digitali, che furono immediatamente inviate al reparto della scientifica per compararle con quelle rilevate nell’appartamento dei coniugi Batini e nelle loro auto. Fu inoltre sottoposta a minuzioso controllo anche la sua vettura.
Lui invece venne invitato ad accomodarsi nella saletta degli interrogatori.
Mentre si avviava in compagnia del commissario Lenzi, chiese se fosse stato iscritto ufficialmente nel registro degli indagati o se quella fosse ancora “un’assunzione di informazioni” utile ai fini dell’indagine.
In realtà era ormai chiaro per tutti che i sospetti su di lui erano più di un’ipotesi.
«Sappiate che le dichiarazioni che rilascerò non saranno utilizzabili in nessun caso. O mi ufficializzate l’incriminazione e procedete come per legge all’interrogatorio di garanzia, a cui deve presiedere anche il mio avvocato, oppure sarà semplicemente una chiacchierata» disse Coppoli.
«Non credo ci sia niente di ufficiale, comunque a breve arriverà il PM Marconi e le chiarirà ogni cosa» Lenzi lo invitò a sedersi su una delle sedie presenti intorno al tavolo nella stanza e dopo avergli accennato un saluto con la testa uscì.
Entrò nella stanza attigua da cui, tramite la finestra a specchio, poteva osservare l’interno della saletta.
Coppoli era nervoso. Si muoveva sulla sedia agitando le mani una contro l’altra. Ogni tanto scuoteva la testa come se fosse in disaccordo con i propri pensieri.
Dopo alcuni minuti entrò il Magistrato.
«Buongiorno avvocato e scusi se l’ho fatta attendere» disse Marconi andando a sedersi di fronte a lui.
Coppoli scosse la testa senza pronunciare alcuna parola. Era visibilmente scocciato per tutta quella situazione.
«Vorrei porle alcune domande se per lei va bene» iniziò Marconi.
«Chieda pure.»
«È mai stato nell’appartamento dell’avvocato Manni?»
«No, mai!» la voce di Coppoli era decisa.
«E nelle auto dei due coniugi?»
«In che senso?» domandò perplesso.
«Voglio dire, è mai entrato nell’abitacolo delle vetture dei coniugi Batini?» domandò il PM.
«Forse in quella di Rossella, ma non ne sono sicuro.»
«E in quella di suo marito?» insisté il magistrato.
«No, non vedo perché avrei dovuto farlo.»
«Vorrei chiederle un’altra cosa: all’interno della sua auto, è possibile che possano esserci tracce della Manni?»
«Credo sia possibile, sì.»
«Naturalmente, facciamo sempre riferimento all’abitacolo, giusto?»
«Sicuramente non l’ho ospitata nel bagagliaio» rispose l’avvocato con un’apparente punta di ironia.
In quel momento un agente, dopo aver bussato, fece il suo ingresso nella stanza.
«Dottore, questi sono i risultati dalla scientifica» disse lasciando una cartellina sul tavolo.
Marconi l’aprì e inizio a leggere il suo contenuto in silenzio.
Ogni tanto distoglieva lo sguardo dai fogli e guardava l’avvocato.
«Questo cambia molte cose» affermò Marconi.
«Cosa c’è scritto in quelle carte?» chiese Coppoli.
«Ne parleremo quando sarà presente il suo avvocato, che credo sia meglio chiami al più presto.»
«Non capisco» balbettò l’avvocato.
«Lei è seriamente indiziato per la sparizione dell’avvocato Rossella Manni. Chiami il suo avvocato e lo faccia venire, perché oggi sarà una lunga giornata.»


Coppoli, che aveva perso la sua espressione fredda e sicura, tirò fuori il cellulare dalla tasca e, dopo aver toccato con il polpastrello alcune volte lo schermo, lo portò all’orecchio.
«Sono Valerio, passami Arturo» disse con enfasi.
Ci furono alcuni attimi di silenzio quasi surreale, quindi riprese a parlare: «Arturo, devi venire in commissariato… Qui a Empoli, in piazza Gramsci. Io no… Niente… Vieni e ti spiego… No, non posso rimandare, cazzo. Sono qui come indagato, quindi ho bisogno che tu venga ora… E allora annullalo… Bene, ti aspetto.»
Chiuse la chiamata e dopo aver riposto il telefono nella giacca, guardò Marconi: «Dovrebbe essere qui a momenti.»
«Bene, le darò il tempo di parlare in privato con il suo legale, dopo di che inizieremo l’interrogatorio» disse il PM prima di uscire dalla saletta.
Un quarto d’ora dopo, Coppoli fu accompagnato in una stanza in modo da poter parlare indisturbato con il suo avvocato.

Lenzi guardò il suo orologio. Mancavano pochi minuti alle dieci quando il magistrato e i due avvocati entrarono nella saletta interrogatori.
Quella mattina aveva dato il compito all’ispettore Frediani di andare dal tassista, con cui aveva parlato il giorno prima, per mostrargli una foto di Coppoli.
Se lo avesse riconosciuto il lavoro si sarebbe concluso lì.
In cuor suo sperava che tutto si risolvesse così, ma in realtà non ci aveva creduto nemmeno per un attimo. Si avvicinò comunque al vetro che lo separava dai tre uomini e iniziò ad ascoltare quello che stava accadendo.

«L’avviso che le sue dichiarazioni verranno sempre utilizzate nei suoi confronti, inoltre, salvo l’obbligo ex articolo 66 di rispondere secondo verità alla sua identità personale, ha il diritto di restare in silenzio su tutte le domande o su alcune di esse e se qualora decidesse di non rispondere, il procedimento seguirà il suo corso. Se renderà dichiarazioni su fatti concernenti la responsabilità di altri assumerà, rispetto a tali fatti, la qualifica di testimone.»
Lenzi era sempre divertito quando ascoltava queste parole, eppure sapeva benissimo che l’omissione di tali avvisi avrebbe reso inutilizzabili, in una eventuale fase processuale, le dichiarazioni del Coppoli.
«Di cosa viene accusato il mio assistito» domandò l’avvocato.
«L’avvocato Coppoli è indagato per la sparizione di Rossella Manni» iniziò Marconi.
Arturo Vignoni, consociato dell’As.Av.E , ebbe un moto di stizza e stava per obiettare qualcosa, ma il magistrato lo bloccò prima ancora che potesse pronunciare una parola.
«Prima che lei inizi a opporsi a qualsiasi tipo di accusa, le verrò adesso a indicare quali prove sono in nostro possesso contro il suo assistito. Prove che, tra l’altro, ci sono pervenute solo poche decine di minuti fa.»
«Io non ho fatto niente» Coppoli fu bloccato dal suo rappresentante legale, prima che potesse esprimere altri concetti, appoggiandogli una mano sulla spalla e muovendo la testa in segno di diniego.
«Abbiamo trovato le sue impronte nell’appartamento dei Batini, e in particolare sopra l’apparecchiatura di registrazione della loro videosorveglianza. Poco fa mi ha riferito di non essere mai entrato nella loro residenza. Allora, com’è possibile che ci siano?»
Coppoli guardò il suo legale con aria spaesata e scuotendo la testa.
«Ma non è possibile, è tutto assurdo.»
«Inoltre» proseguì Marconi «ci sono le sue tracce anche all’interno delle vetture, sia della Manni che del marito.»
«Io non capisco…» Coppoli sembrava confuso ma fu interrotto dal PM con un gesto della mano.
«Prima che dica qualsiasi cosa, mi faccia finire di esporle i nostri elementi.»
Coppoli abbassò la testa e si lasciò andare con le spalle, come in un gesto di rassegnazione.


«Ciò che riteniamo comunque significativo non è tanto l’aver trovato le sue impronte digitali, bensì dove sono state rilevate: all’interno del bagagliaio. Questo perché al suo interno erano state ritrovate tracce del sangue di Rossella perso, stando alle analisi della scientifica, dopo il suo rapimento.»
«Questo comunque non dimostra niente…» il legale di Coppoli aveva iniziato a obiettare ma Marconi anche in quel caso lo bloccò.
«Mi lasci terminare la mia esposizione perché c’è dell’altro. Abbiamo analizzato la sua auto, con il suo permesso. All’interno del bagagliaio abbiamo rilevato tracce organiche che al momento sono ancora in fase di analisi. Abbiamo però motivo di credere che possano trattarsi della Manni, anche perché insieme a esse abbiamo trovato le impronte della donna.»
Coppoli non aveva smesso un attimo di scuotere la testa, come se quel movimento potesse scacciare ogni parola che stava ascoltando in quella circostanza.
«Adesso che le ho esposto i nostri elementi, vorrei iniziare a porle alcune domande.»
Vignoni e Marconi si fissarono, fino a quando con un gesto di assenso, l’avvocato lasciò che il Pm prendesse la parola.
«Vorrei tornare alla sera in cui è sparita la Manni. Lei è stato al telefono con l’avvocato fino alle venti e trenta e questo, oltre ad averlo constatato dai tabulati, ce lo ha riferito lei stesso. Quindi possiamo affermare che fino a quell’ora lei era ancora nel suo ufficio.»
«Esatto.»
«Ci risulta inoltre che intorno alle 20, sia partita una chiamata dai vostri studi verso il signor Batini.»
«Ma non sono stato io a farla.»
«E chi potrebbe essere stato?»
«Non ne ho la più pallida idea.»
«Però se non è stato lei, è stato comunque qualcuno del suo studio. Perché lo avrebbe fatto?»
«Io non posso saperlo, però non è stata opera mia.»
«Ok,su questo ci torneremo dopo. Adesso mi racconti cosa ha fatto dopo aver sentito la Manni.»
«Ho chiuso lo studio, visto che non c’era rimasto più nessuno e me ne sono andato a casa.»
«C’è qualcuno che può confermare questa versione?»
«No, ovvio. Io vivo da solo e non ho incontrato nessuno quella sera che possa dare conferma di tutto questo. Ma io sono rimasto a casa fino al mattino dopo. CI sarà un modo per poterlo vedere no? Per esempio dagli spostamenti del cellulare.»
«Faremo le verifiche del caso, ma sa, potrebbe aver lasciato il suo telefonino a casa e poi essere uscito.»
«Così come potrebbe essere stato chiunque altro» aggiunse l’avvocato Vignoni.
«Certo, è un’ipotesi. Però le impronte trovate sono quelle del suo cliente e non di altri.»
«Mi faccia capire» intervenne Vignoni, «lei pensa che Valerio abbia rapito la Manni? E per quale motivo lo avrebbe fatto? E poi, adesso dov’è?»
«Dove si trovi in questo momento speravo ce lo rivelasse l’avvocato» rispose Marconi «A gli altri due quesiti le rispondo subito. Innanzi tutto, viste le regole che avete adottato nel vostro studio, questa sarebbe stata una vera e propria trasgressione. Quindi magari, sotto la minaccia di rivelare ogni cosa, lei potrebbe aver deciso di farla tacere. »
«Ma no, è tutto quanto assurdo» borbottò Coppoli.
«Noi invece crediamo che non lo sia. Anzi, crediamo che lei abbia chiamato il marito e lo abbia fatto allontanare di proposito per potersi trovare da solo nel momento del rapimento. Successivamente ha agito in modo da depistare le indagini facendo ricadere la colpa sul Batini, o almeno questo era il suo obiettivo.»
«Certo, e secondo lei una persona nel tentativo di incolpare qualcun altro non pensa a cancellare le proprie tracce ma anzi, ne lascia in enorme quantità ovunque.»
«Beh, magari non è stato così abile come pensava. Del resto anche il tentativo di far accusare Batini è andato subito male.»
«E comunque, è tutto qui quello che avete su di lui?» domandò l’avvocato difensore.
«In verità sarebbe più che sufficiente per un’incriminazione, ma non è tutto qui.»
Vignoni e Coppoli si guardarono.
«Come le ho riferito poco fa, abbiamo trovato tracce organiche all’interno del suo bagagliaio. Però non è tutto: abbiamo rilevato anche le impronte digitali della Manni. Tutto questo porta a concludere che appartenga a lei anche il materiale organico. Inoltre la posizione delle impronte digitali è tale da far supporre che vi siano state lasciate con il corpo disteso al suo interno, cioè dal basso verso l’alto» Marconi mimò il gesto mandando la sua schiena indietro e portando in aria le mani aperte, come se stesse spingendo qualcosa verso l’alto.
«È tutto quanto assurdo» sussurrò Coppoli al suo legale.
«Allora, dottor Coppoli, vuole dirci com’è andata?»
«Io quella sera sono tornato a casa e non ho più avuto notizie di Rossella fino al giorno in cui un ispettore non è venuto a chiedere sue notizie nel mio ufficio. Come devo dirvelo?»
Marconi sospirò, allungò le gambe sotto il tavolo come se volesse stirarsi.
«Ok, ricominciamo da capo. Noi non abbiamo preso nessun impegno per oggi, dottor Coppoli, spero abbia fatto altrettanto anche lei.»
Lenzi aveva ascoltato tutto da dietro il vetro. Emise un sospiro lungo, e scosse la testa.
Qualcosa non gli quadrava, erano giorni che aveva quella strana sensazione addosso. Il suo pensiero costante riguardava le prove raccolte.
Aveva come la sensazione che qualcuno si fosse impegnato tanto per far trovare tutti quegli indizi nei posti giusti e rilevanti ai fini dell’indagine.
Eppure, tutto ruotava attorno allo studio As.Av.E
Ne era certo.




Il Manipolatore – Capitolo 17

Sì, questo è il momento.
In effetti speravo di avere più tempo, più tranquillità e calma per godermi…  Anzi goderci questi attimi.
Sai amore, per una volta sono stato eccessivamente presuntuoso. Pensavo che… E invece, quel commissario Lenzi… Sì, riconosco che sia molto sveglio.
Credevo di aver calcolato tutto nei minimi particolari, ma non avevo previsto la possibilità di trovarmi di fronte qualcuno alla mia altezza. In realtà credevo che nemmeno esistesse uno così.
Mi sono sempre imbattuto, fino ad ora, in persone che mi avevano reso la vita, così, semplice.
Idioti.
Lenzi invece… Mi ha stupito.
Ho avuto modo di parlarci e c’è stato anche un breve momento in cui ho avuto la sensazione che lui sapesse… Sapesse chi sono, cosa sono.
No, mi sbagliavo, però in quel frangente ho capito con chi avevo a che fare…
Sono convinto di non aver troppo tempo… Noi, ne non abbiamo. Io e Te.
In cuor mio non me lo auguro, ma la sensazione è che il nostro commissario sia sulla strada giusta. L’ho scrutato e credo… Anzi, ne sono sicuro. Tutto quello che ho elaborato, tutto il castello di prove che ho costruito, sono convinto che non basteranno ad ingannarlo.
Sembra un poliziotto vecchia maniera. Non si limita a raccogliere gli indizi e a far sì che il caso si chiuda nel minor tempo possibile. Non si lascia ingannare dalle apparenze. Assomiglia a uno di quei personaggi dei libri in cui, nonostante gli elementi probanti – senti come sono diventato padrone del linguaggio giuridico, sembro un vero professionista, non trovi?
Dicevo, aldilà delle prove raccolte, certi protagonisti dei romanzi, arrivano a soluzioni impreviste, inimmaginabili. E queste non sono altro che il frutto della deduzione: si tratta di un modo di investigare che, ispirato dalla narrativa, ha trovato terreno fertile nella realtà, con l’utilizzo della psicologia al servizio della giustizia.
Beh non è proprio così, ma a me piace enfatizzare certe cose.
Tornando al discorso che stavo facendo, ecco, Lenzi mi sembra molto simile a uno Sherlock Holmes, oppure a Maigret… Lo sai chi sono vero?
Ritengo che un commissario con le sue qualità deduttive arriverà alla soluzione e non ci metterà troppo tempo.
In passato non ho mai avuto motivo di fare le cose in fretta, perché i risultati delle indagini portavano alle azioni che io avevo già previsto.
In parole povere, tesoro, qualcuno veniva arrestato con l’accusa di omicidio anche senza il ritrovamento del corpo. Questo faceva sì che io potessi agire con tutta calma, perché tanto nessuno avrebbe più cercato una vittima e un colpevole.
Questa volta non sarà così. Lo so.

La tua pelle è così morbida.
Mi piace lavarti e renderti profumata. Muovere la spugna inzuppata di acqua e sapone, ricoprirti di schiuma. È un bel gioco non trovi? Specialmente quando con le mie dita cerco alcuni punti… Come potrei definirli? Essenziali? Stimolanti?
Sembra una caccia al tesoro. Non so cosa si apprestano a toccare i miei polpastrelli ma è stupendo arrivare a scoprirlo.
Il tuo sguardo mi sembra compiacente.
Hai i capezzoli inturgiditi. Allora ti piace…
Per un attimo avevo pensato che fosse stato l’effetto dell’acqua fredda che utilizzavo per sciacquarti.
L’ho sempre pensato. Cosa?
Che io e te fossimo simili. Alla fine sono convinto che ci piacciano le stesse cose, compreso a letto.

Cosa ho qui?
Chiamiamoli pure i ferri del mestiere.
La parte più bella di tutto questo sai qual è?
Veder nascere sul tuo volto la giusta espressione: l’attesa!
Sì, perché adesso ti dirò con esattezza cosa faremo insieme. Questo provocherà in te uno stato di apprensione per ciò che accadrà, per ciò che ti aspetta.
E per ogni azione che porterò a termine, tu conoscerai esattamente quale sarà la fase successiva.
Attesa!
Perché non saprai mai quando qualcosa sarà terminata per lasciar spazio all’altra.
Sai che avverrà… ma non sai quanto tempo dovrà trascorrere.
Potrebbe essere necessario un minuto oppure mezz’ora… O un’ora… O ancora di più.
Attesa!
Perché diciamolo, amore… questo ti farà vivere tutta una serie di sensazioni, che si alterneranno tra loro, sfociando in quello che sarà il loro unico comune denominatore: il dolore.
Voglio essere sincero con te, perché lo meriti.
Tu morirai. E ti rivelerò anche come arriveremo a questo.
Ti spiegherò quale sarà l’escalation di avvenimenti che ti porteranno allo stato di quiete eterna.
Perché?
Per un motivo molto semplice: tu non avrai la percezione temporale di quanto tempo ti resti da vivere, ma saprai perfettamente cosa ancora dovrà accadere prima che tutto sia finito.
E sai cosa vivrai nel tuo animo? Te lo spiego.
Tutto sarà governato dal terrore, che è tra l’altro il sentimento che genera l’espressione che più mi farà eccitare. Tuttavia, farò in modo che a questo possano alternarsi anche momenti di piacere.
Non ci credi?
Beh, se dai al termine “piacere” il solo significato sessuale, forse hai ragione. Però ti faccio una domanda: come definiresti quella sensazione che si prova quando termina una forte sofferenza?
Non è piacere essa stessa?
Se tu fossi a conoscenza del percorso che lentamente ti trascinerà alla fine, in virtù del dolore provato, pregheresti affinché il traguardo fosse raggiunto nel più breve tempo possibile.
Ma se così non fosse?
L’essere umano è strano, sai. L’istinto di sopravvivenza a volte sembra avere il sopravvento anche sui desideri più reconditi.
E allora, ecco il quesito: far scorrere il poco tempo che resta velocemente, oppure sperare che si prolunghi il più possibile, perché comunque sia, questo è tutto ciò che resta della vita?
Io pazzo? E così mi definisci pazzo?
Tesoro ma tu almeno lo sai cos’è la pazzia?
C’è chi passa l’intera vita a racimolare denaro, tanto denaro, per non avere neppure il tempo di spenderlo e morire senza aver goduto un attimo di quella ricchezza.
E magari i suoi eredi, riescono a sperperare tutto in un quarto del tempo necessario per creare tanta fortuna.
Oppure, pensiamo a quante persone trascorrono la loro vita a desiderare, a sognare senza mai avere il coraggio di agire. No, loro al massimo possono invidiare le persone che raggiungono certi traguardi, ma un rischio non lo corrono mai.
Non sono forse pazzi? Non gettano al vento la loro esistenza? Non lo sanno che hanno solo questa da vivere?
Io sarei pazzo perché la mia vita è tutta mirata alla ricerca del “mio” piacere estremo. Sì, sono egoista. Mi interessa solo il mio personale piacere.
Eppure, nonostante tu mi reputi solo un folle, non sei affatto diversa da me.
Anche tu hai calpestato tuo marito per il tuo godimento. Non ci hai pensato poi molto, hai agito e preso ciò che ti faceva stare bene. Non hai provato rimorso? Non pensi di essere stata egoista? Non ti sei sentita… Pazza?

Cos’è questo?
Un bisturi, di quelli usati nelle sale operatorie. È un regalo di una mia ex.
A cosa mi serve? Mi sembra ovvio, no? Sarà con questo che inciderò le tue carni. Ma stai tranquilla, lo farò senza andare troppo in profondità. Lo affonderò quel tanto che basterà affinché il sangue possa sgorgare fuori con decisione. A me piace molto il sangue.
No, non sono una di quelle persone che vengono definite Vampiri. Però il suo sapore ferroso, metallico, mi fa impazzire.
Questo comunque sarà l’ultimo strumento che utilizzerò e lo farò dopo che sarò entrato dentro di te.
Non pensavi che volessi penetrarti? E secondo te per quale motivo faccio tutto questo? Non hai capito che ogni singola azione ha nella ricerca della massima eccitazione la sua finalità?
E cosa pensi voglia fare dopo essermi eccitato? Masturbarmi?
Ah, certo. Hai sicuramente letto qualche saggio sugli assassini seriali, quelli a sfondo sessuale, i quali sfogano la loro impotenza sulle vittime. Le uccidono e dopo averlo fatto si masturbano per raggiungere l’orgasmo. Una sorta di premio per le loro azioni.
No, io non sono così. A me l’atto sessuale piace, e non sono inadeguato, non sono impotente.
E questo avrai modo di scoprirlo tra poco.

Cos’altro ho qui dentro?
Tutti oggetti utili a prepararti.
Guarda che lo so da solo: tu non ti ecciterai. Ma a me non serve che tu lo sia.
Anche perché, amore mio, se per te fosse piacevole, mi dici come potrei mai trovare in questa nostra relazione qualcosa di eccitante?
Mi sembrava fosse chiaro no?
E ti concederò anche la facoltà di urlare. Anzi… Più urlerai, e maggiore sarà la libido che mi avvolgerà.
Capisci adesso?
Quando sarò dentro di te, il tuo terrore, la tua sofferenza, il colore e il gusto del sangue, la tua carne che inizierà a lacerarsi, amplificheranno i miei sensi e la mia voglia.
La differenza tra me e i casi di cui avrai letto sui libri, sta proprio qui.
Loro sfogano il loro godimento dopo aver concluso il rito sulle loro prede.
Il mio piacere invece si conclude nello stesso attimo in cui il loro cuore cessa di battere.
Ma adesso basta chiacchiere, perché il tempo sta scorrendo inesorabile e tra non molto saranno qui.
Chi?
Il mio caro amico Lenzi… La mia nemesi.
Bene… È giunto il momento di iniziare.