L’INDIZIO – IL PDF COMPLETO

Negli ultimi mesi L’Indizio è stato un appuntamento fisso del Blog.
Puntata dopo puntata si sono sviluppate le vicende di De Simone. E con la storia, è cresciuto anche il numero di lettori che hanno seguito fino all’ultima puntata. È proprio a loro che dedico queste parole.
l'indizioRingrazio tutti coloro che hanno seguito l’evolversi della storia. Avevo iniziato a scrivere questo racconto come puro esercizio. Del resto la scrittura è come l’attività fisica: devi costantemente tenerti in allenamento. E così, ho approfittato di questo blog per scrivere e far leggere ciò che la mia creatività produceva. Man mano che il racconto maturava, mi sono reso conto, grazie a voi lettori, che tutto questo non era più solo un semplice esercizio, ma qualcosa che appassionava le persone. Per questo ho lasciato indietro la revisione del mio secondo romanzo per poter dare un seguito alle puntate fino a giungere all’ultima. Adesso, riprenderò la revisione del secondo lavoro, ma non è detto che tutto questo, un giorno, non abbia un seguito.
Come ultimo pensiero, vi lascio quindi il file completo in pdf. Potete scaricarlo, stamparlo, leggerlo al pc oppure trasformarlo in un ebook e gustarvelo comodamente sul vostro EReader preferito (Che sia Kindle o altro). Per scaricarlo basta cliccare sull’immagine della copertina oppure QUI.

Vi invito, se volete, anche a lasciare una traccia del vostro passaggio con un commento. Sarà un piacere rispondere a tutti.

 

Fiorenzo

 

 




L’Indizio – Ultimo Capitolo

De Simone arrivò a destinazione guidando come un pazzo. Almeno un paio di volte rischiò uno scontro frontale con i veicoli che andavano in senso contrario. Prima di scendere dall’auto prese il cellulare, scrisse il messaggio “Via Roveto 27” e lo inviò.
In piedi, appoggiato allo sportello, osservò la piccola palazzina di fronte a lui.
A fianco del portone d’ingresso c’era la targhetta con inciso il numero 27.
Si avvicinò al citofono. Dei quattro campanelli presenti solo uno aveva il cartellino con il nome. Doveva entrare, ma non aveva idea di come fare né tantomeno sapeva quale fosse l’appartamento in cui probabilmente si trovava Bianca.
Stava riflettendo se suonare a caso per farsi aprire, quando la serratura scattò e vide il portone aprirsi. Sentì la voce inconfondibile di Rovini, provenire dal citofono: «Ben arrivato, Professore. Secondo Piano.»

Gli tremavano le gambe mentre saliva le scale di corsa. Non sapeva cosa aspettarsi. Soprattutto, non solo non aveva escogitato un piano, ma non aveva proprio nessuna idea di cosa avrebbe dovuto fare una volta entrato.
Arrivato al piano, si trovò tra due porte. Non ebbe il tempo di chiedersi quale fosse l’ingresso giusto perché quella alla sua destra si aprì, restando accostata.
Aveva capito che non gli restava altro da fare se non entrare.
Con una mano spinse del tutto l’uscio e andò avanti muovendosi con lentezza.
Si trovò davanti a un soggiorno pulito e ben arredato. Di fronte a lui si apriva l’ingresso ad un altro locale. Pensò che Bianca doveva trovarsi lì.
Fece alcuni passi e sobbalzò quando udì la porta dietro di sé chiudersi con violenza. Fece per voltarsi, ma si sentì toccare la testa da qualcosa di freddo, metallico.
«No.. continua ad andare avanti, Giulio.»
Aveva dietro di sé Rovini che stava premendo la canna della pistola sulla sua nuca.

Fu costretto ad andare verso la camera. Quando aprì la porta si trovo di fronte Bianca. Era seduta sul letto, con la parte inferiore del corpo nuda.
Per un attimo pensò al peggio. Bianca dal canto suo, non appena vide il professore entrare nella stanza, si alzò di scatto.
«Giulio, non mi ha fatto niente…»
«Stai seduta troia» gridò Rovini spostando per un attimo la pistola dalla testa di De Simone e puntandola verso di lei.
«Attento a come parli» ribatté il professore, che fece per voltarsi.
«Non sei nella condizione di minacciare professore…» Rovini sferrò un violento colpo con il calcio della pistola sulla testa di De Simone, spingendolo verso Bianca.
Il professore le accarezzò il viso e la guardò negli occhi per assicurarsi che non le fosse veramente accaduto niente.
«Siete una bella coppia di piccioncini, sapete. Mi fate venire il diabete» li schernì Rovini.
«Cosa vuoi ancora?»
«Ancora? Giulio ma io ho appena iniziato.»
«Perché ce l’hai con me?» domandò De Simone.
«Lo chiedi? Vedi…è questo il tuo problema professore. Hai sempre guardato solo a te stesso e mai agli altri.»
«Non credo di averti mai fatto niente.»
«No? E tutte le volte che io lavoravo al posto tuo, chi si è sempre preso i meriti? Chi si intratteneva con le puttanelle grazie a tutto quello che io portavo avanti per te? Io avrei meritato qualcosa di più.»
«Non ci credo. Non puoi aver ucciso quelle donne, fatto del male a tante persone, solo perché eri invidioso della mia posizione. Non è possibile. Deve esserci altro…»
«Certo che c’è. Non ti sei mai accorto di quanto avrei voluto qualche attenzione in più da parte tua o qualche gratificazione. Tu invece non sei mai stato capace nemmeno di uscire una volta a cena con me.»
«Tu non stai bene… devi farti vedere, Rovini»
«Certo che non sto bene» puntò la pistola verso De Simone e concluse «ma ora starai male anche tu insieme a me.»
«Colpisci me, se vuoi, ma lascia stare Bianca.»
«No! Io voglio renderti la vita impossibile. Ucciderti sarebbe un sollievo per te.»
Rovini indirizzò la pistola verso Bianca.
«Se io sparassi a lei? Questo ti farebbe male, vero grande uomo?»
De Simone guardò Bianca per un attimo. Le accarezzò il mento con le dita e si allontanò da lei.
«Le vuoi sparare? Fai pure» il professore allargò le braccia «Vuoi colpire anche a me? Avanti vai fino in fondo. Purché tu ti decida, perché sono stanco di inseguire il tuo gioco del cazzo. Non ho più intenzione di assecondare la tua mente malata. Vuoi uccidere entrambi? Non indugiare più. Decidi in fretta però, perché voglio andarmene da qui.»
Seguì un attimo di silenzio.
Bianca guardava De Simone con ansia. Rovini abbassò lo sguardo per alcuni secondi. Iniziò a sorridere risollevando lentamente la testa.
«Ci hai provato, Giulio. Ma non ha funzionato.»
Puntò la pistola verso Bianca tenendo lo sguardo fisso su De Simone e le si avvicinò fino ad appoggiare la canna della pistola alle tempie.
«Dille pure addio, eroe» Rovini pronunciò le parole sospirando.


De Simone chiuse gli occhi. Era convinto che avrebbe causato la morte di Bianca. Si aspettava di sentire lo sparo e invece, con sua grande sorpresa, udì la voce di Pacini.
«Fossi in te non sparerei.»
«Questo sì che è un vero colpo ad effetto» esclamò Rovini tirando Bianca davanti a sé, in modo che lei facesse da scudo. La teneva con forza e continuando a puntarle la pistola alla tempia.
«Devo essere onesto, non pensavo che avessi il coraggio di venire qui nonostante sia stato sollevato dal caso.»
«Invece eccomi qua, e ti consiglio di lasciare la pistola per terra. E’ finita Rovini.»
«Non credo tu possa dare consigli. Ti sarai accorto che ho un’arma puntata alla testa di questa bella fanciulla, e a meno che tu non voglia scoprire se sono o non sono disposto a spararle, è meglio se abbassi tu per primo il tuo revolver.»
«Abbassiamolo insieme. Conviene anche a te, perché premere il grilletto è una tentazione troppo forte, anche se rischio di colpire lei.»
«Non è nella tua indole, dottore.»
Con dei movimenti lenti, sia Rovini che Pacini iniziarono ad abbassarsi per appoggiare la pistola sul pavimento.
Si alzarono con altrettanta cautela e Pacini spinse via Bianca che andò ad abbracciare De Simone.
«C’è una cosa fondamentale che non riuscite a comprendere. Se adesso mi portate via, per quanto tempo pensate di tenermi in custodia?»
«Rovini, per te c’è l’ergastolo. E ringrazia il cielo che in Italia è stata abolita la pena di morte.»
«Dottore, mi delude. Eppure lei è un Pubblico Ministero e certe cose dovrebbe saperle.»
Pacini e De Simone si guardarono perplessi.
«Dovrebbe sapere che per condannare un uomo occorrono prove, e soprattutto deve essere rispettato il Codice Penale in tutta la procedura.»
Rovini si rivolse a De Simone «Giulio, mi meravigli, tu insegni queste cose!»
«Sinceramente, dottore. Quante prove avete contro di me? E intendo dire, prove utilizzabili in tribunale. Lei stesso sta violando le leggi, lo sa che non dovrebbe essere qui. E tutto quello che le dico non può essere usato da nessuno. La stessa Bianca cosa potrebbe dire? Non le è stato torto un capello.»
«Rovini, c’è tutto quello che hai fatto prima» rispose Pacini.
«A cosa si riferisce? A Sua moglie? Io non ero presente, non ho fatto niente. Le altre donne? Dove sono le prove contro di me?»
Rovini guardò i due uomini con un sorriso beffardo sulle labbra. Allargò le braccia e continuò «mi spiace per voi, ma credo che dovrete lasciarmi andare, se non volete passare dei guai. Ci rivedremo comunque presto» Rovini fece un passo verso la porta.
Il professore con un movimento fulmineo scattò verso Pacini, raccolse la pistola e senza pensarci un attimo sparò. Colpì Rovini con tre proiettili al petto.
Il Pm e Bianca si guardarono sorpresi.
«Che cazzo hai fatto, Giulio» imprecò lui dopo essersi ripreso dallo stupore.
«Quello che andava fatto. Aveva ragione lo sai. Non sarebbe finita qui. Lui non sarebbe stato arrestato e avrebbe continuato il suo gioco maledetto. E sicuramente sarebbero morte altre persone.»
«Ma adesso in prigione andremo noi» rispose nervoso Pacini.
«No. Nessuno andrà in prigione. Perché non si può arrestare qualcuno per un reato che non c’è.»
«Che cosa vuoi dire con questo. Che intenzioni hai?»
«Prendi Bianca e andatevene da qui. Voi in questa stanza non ci siete mai stati. Andate via e non parlate a nessuno di quello che è successo. Al resto penso io»
Bianca lo fissò con uno sguardo disperato «Resto con te, Giulio.»
«No Bianca. Vai con lui e dimentica tutto.»
La giovane donna aveva le lacrime agli occhi «Promettimi che tornerai.»
«Te lo prometto. Adesso vai»
Bianca gli si avvicinò, lo baciò sulle labbra e gli sussurrò un lieve «Ti amo».
Si voltò e insieme a Pacini andarono via chiudendo la porta dietro di loro.

EPILOGO

 

L’uomo aprì il frigorifero.
Tirò fuori un piatto imballato con della carta stagnola e lo appoggiò sul tavolo.
Si mise seduto.
Versò un po’ di vino rosso nel bicchiere e liberò il piatto dalla carta che ripiegò con cura, pronta per essere utilizzata ancora.
Si passò la mano sinistra sulla testa pelata e grugnì.
Prese il telecomando della TV e l’accese. Cambiò velocemente canale sintonizzandosi su quello che trasmetteva il telegiornale.
Alzò il volume quando arrivò la notizia che gli interessava.

“Non si hanno ancora notizie del Professor De Simone, scomparso in circostanze misteriose. Le indagini hanno fino ad ora portato pochi risultati. Sembrava di essere arrivati a una svolta quando le tracce relative al suo telefonino avevano fatto giungere gli inquirenti a un appartamento in via Roveto. Sembra però che i rilievi effettuati sul posto non abbiano portato a niente.
Si infittisce così il mistero sulla sua sparizione e sul suo presunto coinvolgimento nella morte di alcune donne.”

L’uomo prese in mano il coltello e tagliò in quattro parti la fetta di mortadella che aveva nel piatto. Con un morso staccò un grosso pezzo di pecorino che aveva accanto al bicchiere e lo divorò insieme ad un pezzo di pane.
«Idioti…» borbottò dopo che ebbe inghiottito il boccone.
“Anche il Pubblico Ministero Pacini, indagato per la vicenda della moglie, è stato interrogato in merito alla scomparsa di De Simone senza però arrivare ad alcun risultato utile.”

L’uomo prese il bicchiere di vino. Guardò la tv che in quel momento stava mostrando la foto del professore. Alzò la mano come se stesse brindando.
«Ci vedremo presto Professore. Sono sicuro che ti piacerà giocare con me.»
E con un unico sorso, bevve tutto il vino presente nel bicchiere.

FINE




L’Indizio – Capitolo 14

Nella stanza c’era un frenetico via vai di persone: agenti della scientifica, operatori sanitari, ufficiali delle forze dell’ordine. Tutti stavano adempiendo al loro dovere.
Pacini era vicino alla moglie che, stesa sulla barella, veniva fatta salire sull’ambulanza per essere portata all’ospedale. Le avevano riscontrato varie ecchimosi su tutto il corpo e sicuramente aveva subito violenza sessuale. Il volto del Pubblico Ministero era visibilmente sofferente. Provava un forte senso di colpa per quello che era accaduto alla compagna.
«Lei non c’entrava niente» borbottò guardando il professore.
De Simone non proferì parola. Non sapeva cosa dire e decise che, in quelle circostanze, la miglior cosa da fare era restare in silenzio. Del resto, nonostante fosse anche lui una vittima, non poteva fare a meno di sentirsi responsabile.
Pacini salì sull’ambulanza proprio mentre un agente della Polizia chiese al professore di seguirlo. Guardò il PM, accennò un saluto con la testa e, mentre le portiere dell’ambulanza venivano chiuse, si voltò.

«Abbiamo un problema» confidò il Commissario al professore.
Davanti ai suoi occhi c’era un sacco nero nel quale era stato riposto il cadavere, pronto per essere portato al reparto di medicina legale.
Il Commissario abbassò la chiusura lampo lasciando che la sacca si aprisse rendendo visibile il volto dell’uomo.
«Ma che cazzo…» furono le prime parole che De Simone pronunciò.
«Già. Capisci da solo che questo è un grosso guaio.»
«Chi è quest’uomo?»
«Non lo sappiamo, ma di sicuro non è quello a cui stavamo dando la caccia. Questo non è il cadavere di Rovini.»
De Simone non riusciva a capire cosa fosse successo. Erano arrivati in quel posto perchè avevano rintracciato il telefono da cui aveva effettuato la chiamata Rovini. Evidentemente Pacini, durante l’operazione della Polizia, era entrato nella stanza e aveva visto quell’uomo che con ogni probabilità  stava violentando la moglie. Per questo motivo, accecato dalla rabbia, aveva estratto la pistola e aveva sparato. Ma perchè quell’uomo non era Rovini?

In auto, mentre faceva ritorno verso casa, De Simone tornò a riflettere su tutto quello che era successo quel giorno.  Un particolare lo attirò: l’uomo ucciso era molto simile, sia come corporatura che nel look, a Rovini. Più ripensava a tutto questo, più si convinceva che ancora una volta tutto era accaduto seguendo la precisa regia del suo ex assistente. Ma perchè aveva attuato quel piano?
Che cosa aveva ottenuto?
Entrato a casa si gettò sul letto, rimanendo per alcuni minuti a fissare il soffitto in silenzio.
Si sentiva stanco, svuotato. Avrebbe voluto far terminare tutto all’istante. Non ce la faceva più a rincorrere un pazzo psicotico che, per un motivo a lui ancora sconosciuto, aveva deciso di farlo partecipe di un gioco in cui, però, la gente moriva davvero.
Prese il telefono e chiamò Pacini. Voleva avere notizie della moglie.
«Ho combinato un bel casino, vero?» la voce del Pubblico Ministero era abbattuta.
«Hai saputo che l’uomo a cui hai sparato non è Pacini?»
«Sì. Infatti mi hanno tolto il caso.»
«Che cazzo dici?» sbottò De Simone.
«Quello che ho detto. Hanno aperto un’inchiesta sul caso. Ho sparato a un uomo che non era quello che ci aveva telefonato. La cosa assurda è che per il momento, secondo loro, è ancora da stabilire se mia moglie, al momento del mio intervento, stesse subendo o no violenza sessuale.»
«Ma che stronzate sono queste? C’è stata una vera e propria operazione di Polizia, non è che abbiamo agito da soli.»
«Infatti mi hanno sollevato dal caso perchè tra le ipotesi c’è anche quella che io possa aver sfruttato la mia posizione per affari personali.»
«No aspetta… Affari personali? Ma Simona era stata rapita, e poi c’è la telefonata di Pacini.»
«Fatta al cellulare di mia moglie da un telefono che non risulta essere intestato a Rovini.»
«Ma la voce era la sua…»
«E l’abbiamo sentita solo noi due.»
«Quindi, fammi capire… di cosa ti accusano?»
«Di niente… non sono accusato di niente, ma mi hanno tolto il caso perché ci sono molte questioni da chiarire. Ho ucciso un uomo nel corso di un’operazione in circostanze ancora da accertare. Per di più io non sarei dovuto stare davanti a tutti gli altri.»
«Quindi adesso chi si occupa del caso?»
«Non lo so… ma non io.»
In quel momento a De Simone venne in mente l’immagine della lettera ricevuta insieme alle fotografie. In particolare una frase ricorreva nella sua testa insistentemente:

Questo indizio, ti porterà a me… da solo.

«E questo è quello che voleva lui» affermò il professore.
«In che senso Giulio?»
«Ti ricordi la lettera vero? Quelle parole dicevano che l’indizio mi avrebbe portato a lui, da solo. Voleva escluderti dal caso. Sa benissimo che adesso non ho nessuno con cui condividere il suo gioco.»
«Qualcuno al posto mio ci sarà comunque.»
«Ma non sarai tu… e io non mi fido di nessun altro. Visto che ogni volta c’è in gioco la vita di qualcuno, ho anche bisogno di potermi muovere come meglio credo.»
«Quindi adesso che farai?»
«Ancora una volta lui ci sta pilotando, e non posso far altro che aspettare la sua prossima mossa.»
«Sta attento Giulio» avvisò Pacini «ho la sensazione che lui abbia come suo unico obiettivo, te.»
«Lo so, l’ho sempre saputo. E cercherò di fare in modo che sia il suo più grande errore.»

Chiusa le telefonata, De Simone tornò a immergersi nei suoi pensieri. Non aveva nessuna idea di cosa sarebbe accaduto nelle ore successive, ma aveva la consapevolezza che, in quel preciso momento, Rovini era sicuramente da qualche parte e stava escogitando qualcosa.
Sentiva forte il bisogno di un abbraccio.
Quella sensazione, per lui nuova, lo fece giungere alla conclusione di essere solo. O forse lo era stato per troppo tempo. Forse era giunto il momento di smetterla di fare il Latin Lover e di iniziare a credere nel rapporto di coppia.
E non si meravigliò affatto quando si rese conto che quei pensieri avevano solo un nome: Bianca.
Senza farsi cogliere da indugi, prese il telefono e la chiamò.

Pensò che lo stesse aspettando perchè, dopo il primo squillo, rispose.
Ne ebbe la certezza quando ascoltò le sue parole.
«Finalmente Giulio, credevo non chiamassi più.»
Ciò che lo sorprese però fu il timbro della voce: non era di Bianca, ma di Rovini.
«Perchè rispondi tu. Che sta succedendo. Dov’è Bianca?»
«Ma dai… ti credevo più perspicace. Se ci pensi un attimo sono sicuro che puoi arrivarci da solo.»
Rise. E la sua risata risuonò nella testa di De Simone lasciandolo frastornato.
«Che cosa le hai fatto?»
«Niente, ma adesso ti spiego che cosa farò…»
«Se le fai del male io…»
«Tu un bel niente, Giulio. Ho qui il corpo nudo di una donna molto bella. Lo so, lo hai ammirato molte volte anche tu… sì, insomma, te la sei già fatta tante volte.»
«No, ti prego… Non lo fare. È me che vuoi. Prenditela con me, ma non farle del male» supplicò il professore.
«Ma sentilo, come sei diventato altruista. Non eri così…»
«Tu non mi conosci, non sai come sono.»
«Oh sì. Certo che lo so. E ti ho sopportato per così tanto tempo.»
De Simone cercò di ritrovare un po’ di freddezza.
«Dimmi dove sei… e finiamola tra noi questa cosa.»
«Esatto. Era la stessa cosa a cui stavo pensando. Però, giochiamo, ancora una volta… l’ultima.»
«E se io non avessi voglia di giocare?»
«Ti verrà… Credimi. Prendi carta e penna.»
Suo malgrado, De Simone seguì le istruzioni di Rovini.
«Bene. L’indizio questa volta è matematico: Sette alla terza, più sei alla terza, più otto alla terza, più tre alla seconda, più otto, più sei alla terza. Risolvilo e avrai il nome della via in cui mi potrai trovare. AP invece è il numero civico. »
«Lo risolverò e quando sarò lì rimpiangerai…»
«Sì professore, non sei credibile quando minacci.»
Quel suo modo di prendersi gioco di lui lo mandava fuori di testa.
«Tra l’altro, professore» continuò Rovini «ti consiglio di sbrigarti a risolvere l’enigma perchè io, dal momento in cui attaccherò il telefono, mi impegnerò in altro. E non smetterò fino a quando non ti vedrò arrivare. Vedo Bianca già impaziente di iniziare.»
«Sei un bastardo… ti ammazzerò, te lo giuro. Ti ammazzerò» gridò De Simone. Ma le sue parole non furono udite da Rovini che aveva già chiuso la chiamata.

Non aveva tempo da perdere. Prese carta e penna e iniziò a studiare l’enigma. A prima vista sembrava una semplice espressione. Forse il risultato aveva un significato.
Prese la calcolatrice ed eseguì il calcolo: il risultato fu milletrecentoquattro.
Quel numero non aveva nessun significato per lui. Provo a fare qualche ricerca nell’eventualità che fosse stato un anno significativo, ma anche in quel caso i risultati ottenuti furono nulli.
Il tempo passava, e sentiva la sua lucidità offuscarsi sempre più dal pensiero di Bianca. Quello che le stava accadendo era una mostruosità, ed era colpa sua. Proprio adesso che si era convinto a chiederle di vivere con lui.
Cercò di scacciare quei pensieri e tornò a riflettere sull’indizio.
Ricercò per prima cosa il numero composto dall’espressione: 73638332863.
Non ottenne nessun risultato.
Ipotizzò che potesse trattarsi di un numero di telefono. Lo compose sul suo cellulare e avviò la chiamata. Niente, il numero era inesistente.
Stava fissando la tastiera del telefono che, anche se si trattava di uno smartphone, era di quelle presenti nei cellulari tradizionali.
Un’intuizione lo pervase. Provò a simulare la scrittura come avveniva nei cellulari di vecchia generazione. Cliccò tre volte sul tasto sette, tre volte sul tasto sei, tre sull’otto, quindi due volte sul tasto tre, una sul tasto otto e infine tre volte sul tasto sei. Il risultato visualizzato fu: ROVETO
«Cazzo, via Roveto.» esclamò il professore.
Conosceva quella strada, era vicino alla sede dell’università.
Gli risultò semplice anche capire il numero civico. AP equivaleva ai tasti due e sette della tastiera.
Uscì di corsa dal suo appartamento e, una volta salito in auto, partì: direzione Via Roveto, 27.




L’Indizio – Capitolo 13

Chiusi nell’ufficio della Procura, Pacini e De Simone osservavano in silenzio le foto sparse sul tavolo. Né l’uno né l’altro riuscivano a nascondere un certo imbarazzo. Si trattava pur sempre di immagini che mostravano il Professore e Bianca nel pieno di un rapporto sessuale. E niente, in quelle foto, era lasciato all’immaginazione.
«Dobbiamo procedere a un’operazione di bonifica del tuo appartamento, Giulio.»
«Ci sono cose più importanti a cui pensare» rispose il professore, prendendo la lettera fino a quel momento rimasta sommersa dalle foto. Per alcuni istanti entrambi fissarono in silenzio quel nuovo indizio.

Medea, e Maria il cui padre osò,
di me farsi beffa,
sarà colui la cui consorte,
mi divertirò prima a spogliare
e poi a donarle la morte.

«E’ chiaro che si sta parlando di una donna. Ma non riesco a trovare un collegamento tra i nomi.»
«Beh, Medea è una figura della mitologia greca, figlia di Eete e di Idia» spiegò De Simone «Altre
fonti la indicano come nipote di Elio e della maga Circe. La leggenda dice che fosse dotata di poteri magici come quest’ultima»
«Continuo a non capire il nesso. Forse esiste qualche donna in Italia che si chiama Medea?»
«No, secondo me lui vuole riferirsi alla tragedia di Euripide o a qualche sua rappresentazione teatrale.»
Lo sguardo di De Simone si fece cupo.
«A questo punto è Maria che non comprendo. E soprattutto, stando a quello che ha scritto, la soluzione dovrebbe portarmi a un luogo, non a una persona.»
Pacini lesse di nuovo la lettera soffermandosi sulla parte citata da De Simone.

Questo indizio, ti porterà a me… da solo.

«Oppure, portarti da lui, sarà solo una conseguenza dell’azione di salvare questa vittima.»
De Simone scosse la testa.
«Dammi un computer.»
Pacini lo guardò perplesso. Prese una borsa appoggiata per terra, tirò fuori un notebook e lo passò al professore.
«Prendi pure, ma se hai bisogno di un informatico, possiamo andare di là…»
«No. Sarà sufficiente questo.»
De Simone iniziò con il digitare MEDEA su un motore di ricerca. I risultati gli fecero emettere un grugnito. Pacini, alle sue spalle, seguiva in silenzio le mosse di De Simone.
«Avevi ragione, si tratta di un’opera» sentenziò Pacini.
Continuò a interrogare il web: aggiunse il nome Maria, a quello di Medea, e cliccò di nuovo su invio.
A questo punto tutti i collegamenti si riferivano alla MEDEA di Pier Paolo Pasolini, famosa opera cinematografica interpretata da Maria Callas.
«Non capisco cosa voglia dire. Cosa c’entrano Pasolini, la Callas, il film» De Simone sembrava
abbattuto.
«Forse il riferimento è a qualche particolare del film. Magari dovremmo guardarlo…»
«Non credo. Probabilmente Maria non è riferito alla Callas.»
Digitò solo Maria sulla barra di ricerca e, dopo aver premuto il tasto invio, osservò i risultati.
Tutti i collegamenti riguardavano Maria, Madre di Gesù. Scorrendo in basso la pagina,
l’occhio cadde sul nome di Maria Antonietta. Pensò che forse poteva essere stata realizzata un’opera sulla regina francese.
Iniziò quindi una ricerca in tal senso. Ma i risultati non lo entusiasmarono.

Il Pubblico Ministero, impaziente e agitato, si era messo a camminare intorno al tavolo, con le braccia incrociate e la testa china. Stava riflettendo, cercando di arrivare a un’intuizione che gli suggerisse la soluzione.
De Simone continuò i suoi tentativi, fino a quando un nome lo incuriosì: Maria Regina d’Inghilterra, detta la Sanguinaria.
I risultati trovati lo colpirono. Era convinto che fosse stata realizzata qualche opera su questo personaggio storico. Ne dedusse quindi che l’indizio dovesse essere qualche cosa che accomunava le due opere: Medea e Maria Elisabetta d’Inghilterra.
Doveva solo trovare un compositore che avesse scritto entrambe le opere e, come era scritto in quelle poche righe, la vittima sarebbe stata la sua consorte.
Digitò “Medea” e “Maria regina d’Inghilterra”, quindi schiacciò il tasto invio.

«Oh mio Dio» esclamò De Simone.
Pacini lo guardò sorpreso. I loro sguardi si incrociarono un attimo.
«Dov’è tua moglie» domandò il professore.
Il volto di Pacini si trasformò in una maschera di terrore. Si avvicinò al computer e osservò il monitor.
Una lunga serie di collegamenti portavano tutti a un unico personaggio: il compositore siciliano
Giovanni Pacini.
Senza pronunciare una sola parola, il PM prese il telefono e, dopo aver selezionato il
numero di sua moglie, se lo portò all’orecchio. Alternava l’ascolto con la visione dello schermo del
suo Smartphone, come se volesse controllare il funzionamento dell’apparecchio. Guardò De Simone senza lasciar trasparire nessuno stato d’animo.
«A quest’ora dovrebbe essere a casa» gli confidò «a meno che non abbia avuto una commissione da fare.»
Guardò di nuovo il cellulare «Non risponde.»
«Andiamo a casa tua» tagliò corto De Simone prendendo la giacca.
Per tutto il tragitto, nessuno disse una parola: la tensione era palpabile.
De Simone era pervaso dalla rabbia: mai avrebbe voluto far parte di un gioco così assurdo e crudele. Nonostante tutto, si ritrovava di nuovo a rincorrere Rovini, nel tentativo di salvare una vita. La volta precedente con Bianca ci era riuscito, ora toccava alla moglie di Pacini. E anche lei, come le altre, era finita nelle mani di quel pazzo psicopatico senza avere nessuna colpa.
Osservò il PM al suo fianco. Era concentrato nella guida: stava spingendo sull’acceleratore. Aveva Il volto teso, sicuramente preoccupato per le sorti della moglie.

Arrivati sotto casa di Pacini, scesero velocemente dall’auto. Il PM corse alla porta d’ingresso,
infilò la chiave dentro la serratura e aprì.
«Simona!» gridò.
Nessuno rispose. Sembrava che la casa fosse deserta.
Pochi attimi dopo lo raggiunse De Simone: «Magari è uscita.»
Il volto perplesso di Pacini convinse il professore che qualcosa fosse accaduto. Non sapeva cosa,
ma sapeva che in quel momento bisognava solo aspettare. Se fosse entrato in azione Rovini, sicuramente non avrebbe tardato a farsi vivo. In caso contrario, prima o poi avrebbero visto entrare la donna dalla porta d’ingresso, infastidita forse dalla loro presenza, ma salva.
L’attenzione di De Simone fu attirata da un oggetto che, dalla distanza in cui si trovava lui, assomigliava a un telefonino.
«E’ il cellulare di tua moglie quello?»
Gli occhi di Pacini si riempirono di terrore.
«Cazzo, lei non sarebbe mai uscita senza.»
«A volte può accadere, dai. Non è detto…»
«No. Tu non la conosci. Lei è capace di tornare indietro, anche se fosse partita da un’ora, per riprendersi il suo telefono. Non lo lascerebbe mai a casa.»

Per alcuni secondi, quando il telefono iniziò a suonare, rimasero bloccati, immobili.
Fu Pacini a muoversi per primo. Afferrò il cellulare e rispose. Un attimo dopo, con il volto che si era trasformato in una maschera di angoscia, lo passò a De Simone «Vuole parlare con te.»
Il professore rimase sorpreso.
«Pronto» rispose con voce ferma.
«Ciao Giulio. Come stai? Piaciuto il servizio fotografico?»
«Tu sei un pazzo psicopatico. Che cazzo vuoi ancora. Se hai fatto del male…»
«Ma ti sembra questo il modo di rivolgerti a un vecchio amico? Abbiamo anche lavorato insieme.
Giulio, per favore. Almeno parliamo in modo civile.»
L’atteggiamento zelante e strafottente di Rovini lo mandava fuori di testa.
«Cosa vuoi da me?»
«Solo dirti che adesso inizierò a spogliare la signora Pacini, e me la scoperò, in ogni modo possibile. Dopo, credo che la ucciderò.»
La telefonata terminò così.
De Simone guardò il PM: «Ha chiuso!»
«Ti ha detto qualcosa, un indizio. Dov’è?»
«No. Non mi ha detto niente. Solo che è in mano sua.»
Mentì. Non se la sentiva di riferire le parole che aveva appena ascoltato.
Non lo guardò negli occhi. Non sarebbe riuscito a sostenere lo sguardo mentendo in quel modo.
Pronunciò quella frase fissando il cellulare. E fu proprio mentre osservava il piccolo monitor che non gli sfuggì un particolare importante.
«Ha chiamato senza oscurare il numero.»
Pacini lo guardò senza capire a cosa si stesse riferendo.
De Simone gli mostrò il terminale: «Vedi? Conosciamo il numero e quindi possiamo rintracciarlo, anche se ha staccato tutto. Possiamo sapere da dove ha effettuato la chiamata.»
Il Pubblico Ministero riacquistò la sua lucidità. Fece velocemente una telefonata.
«Dovete rintracciare questo telefono. Subito!» ordinò.
Finita la conversazione, andò vicino a un mobile. Aprì un cassetto e prese una borsetta nera. All’interno era custodita una pistola. Ci infilò il caricatore, la mise nella tasca della giacca e guardò De Simone: «Andiamo, tra poco ci diranno dove trovare il bastardo.»

La comunicazione arrivò dopo nemmeno mezz’ora. Avevano localizzato la chiamata di Rovini.
«Ha fatto il primo errore. Se siamo fortunati oggi si conclude tutto» la voce di Pacini era nervosa. Era la prima volta che il professore lo vedeva in quello stato. Di solito era freddo e distaccato.
L’indirizzo li stava portando ai piedi di un edificio alto quattro piani. Non sarebbe stato facile individuare l’appartamento in cui era tenuta prigioniera sua moglie.
«Sta arrivando anche il Commissario. Ci divideremo e faremo in modo di perlustrare tutto il palazzo il più in fretta possibile.»
Una sensazione strana si stava facendo strada in De Simone. Non riusciva a capire di cosa si trattasse. Era un senso di inquietudine, una sorta di avvertimento. Non era la prima volta che gli succedeva e sapeva che ogni volta era presagio di qualche cosa di brutto.

Al Professore sembrò che il tempo fosse tornato indietro.
Le volanti, la preparazione prima dell’irruzione, l’eccitazione degli uomini presenti: la scena che stava osservando era in gran parte simile a quella del giorno in cui salvarono Bianca. La sola differenza stava nell’atteggiamento del Pubblico Ministero, che, a differenza del solito, era in prima linea, pronto a partecipare in maniera attiva all’operazione.
Al segnale del Commissario, gli uomini delle forze speciali, seguiti da Pacini, entrarono all’interno del palazzo. Ogni piano dello stabile dava accesso a due appartamenti. L’operazione prevedeva di suonare alla porta e perlustrare l’appartamento. Nel caso non avesse aperto nessuno, gli ordini erano di forzare l’ingresso.

All’interno del palazzo, di tanto in tanto si sentivano rimbombare le parole: “Qui è libero. Il soggetto non è presente. Passiamo al piano superiore.”
De Simone seguiva le operazioni di perquisizione insieme al Commissario. Aveva perso di vista Pacini. Probabilmente, pensò, era nel gruppo di testa, insieme alle Forze Speciali. Riusciva a comprenderlo. Quando si era trattato di Bianca anche lui era stato pochi passi dietro gli agenti della Polizia, pronto a intervenire. E grazie alla sua prontezza aveva salvato in tempo la donna da una morte terribile.
Stava salendo le scale che lo avrebbero portato al terzo piano, quando il rumore di uno sparo, amplificato dall’ambiente chiuso, per poco non stordì il professore.
«Che cazzo è successo» gridò, iniziando a correre per le scale.
Si ritrovò davanti una porta aperta. Gli uomini della Squadra Speciale si erano messi da parte con le spalle al muro, Pacini aveva la pistola in mano. Sullo sfondo vide un letto. Una donna nuda giaceva supina e aveva addosso un uomo, anch’esso privo di vestiti, completamente rasato.
Lei iniziò a gridare. Il sangue che fuoriusciva dal corpo dell’uomo le stava scorrendo sul seno.
Pacini si avvicinò velocemente. Le tolse il corpo dell’uomo da sopra e la coprì con la sua giacca.
De Simone incrociò lo sguardo del PM, che quando gli fu vicino disse: «E’ finita. Il bastardo è morto.»
De Simone si voltò verso il letto. L’uomo era a pancia in giù, con le braccia stese lungo il corpo. Era decisamente morto. Un proiettile lo aveva colpito alla testa e dal foro stava continuando a uscire del sangue, rosso, che oramai aveva colorato del tutto la testa rasata.




L’Indizio – Capitolo 12

De Simone tornò all’Università. Nonostante nulla lasciasse intendere che la cattura di Rovini potesse essere imminente, il suo umore era positivo. Era convinto che il salvataggio di Bianca avesse causato un contraccolpo psicologico al suo ex assistente, tale da renderlo  meno sicuro di se. Mentre oltrepassava la soglia dell’aula magna, in cui avrebbe tenuto la lezione, pensò a quello che Bianca gli aveva confidato quella mattina prima di uscire: “Oggi lascio il mio fidanzato.  Non ha più senso per me rimanere con lui.” Lo sguardo del professore divenne all’improvviso serio, e Bianca lo interpretò come sintomo di preoccupazione, tanto che si apprestò a precisare:”Tranquillo Giulio, non ho intenzione di trasferirmi da te. E nemmeno ti chiedo di impegnarti. Ma stare con lui non aveva senso prima, figuriamoci adesso. Quello che mi è successo mi ha convinta a dare una svolta alla mia vita.”
Un sorriso sornione  gli spuntò sul viso.
Tutto sommato, pensò, se lei era l’unica che era andata oltre le due scopate, rimanendo nella sua vita, un motivo doveva pur esserci. Svegliarsi accanto a lei, quella mattina, aveva dato ai pensieri e alle sue parole un senso diverso. Un senso a cui non aveva mai pensato prima.

Entrato in aula andò dietro alla cattedra. Tirò fuori il suo portatile dalla borsa e lo collegò al proiettore. La lezione che aveva in programma quel giorno necessitava di immagini.
«Ehi professore, tutto bene? Come sta?» domandò uno studente passandogli davanti.
«Bene, grazie. Tra poco iniziamo, si metta pure seduto.»
«Ma poi, quella faccenda del suo assistente come è andata a finire?»
De Simone guardò lo studente negli occhi. Per la prima volta, da quando era cominciato tutto, si sentiva spogliato della sua privacy. Quella  che credeva essere una questione assolutamente personale, era divenuta in realtà di dominio pubblico.
«Lo saprà quando sarà tutto finito» rispose secco.
Attese che tutti gli studenti prendessero posto nell’aula e azionò il proiettore.
«Questo caso risale ai primi anni del duemila.»
L’immagine sullo schermo dietro la scrivania mostrava il cadavere di una giovane donna ritrovato sul fondo di un dirupo.
La maglietta e il reggiseno erano al loro posto, ma il corpo della vittima era nudo dalla vita in giù.
«Alcuni indumenti furono ritrovati nel torrente vicino. I jeans  erano stati lacerati con un oggetto tagliente, partendo dalla parte inferiore fin sopra le ginocchia.»
Il professore, premendo sulla barra spaziatrice del pc, faceva seguire altre immagini che illustravano perfettamente tutto quello che stava spiegando.
«Come potete notare,  il luogo dell’aggressione, la scena del delitto e il luogo di ritrovamento del cadavere, coincidono con lo stesso posto. E non è tutto qui. L’arma del delitto è occasionale: vale a dire  i pugni, per assumere il controllo della vittima, e le braccia, usate per strangolare.»
Terminate le immagini da mostrare, De Simone si appoggiò alla cattedra dando le spalle allo schermo.
« L’aggressione è stata improvvisa e il corpo è stato lasciato sulla scena con tentativi minimi di nasconderlo. Tutti elementi questi che denotano casualità e disordine, caratteristiche tipiche di un offender disorganizzato.»
Si avvicinò agli studenti seduti in prima fila.
«Chi sa elencare qualche aspetto distintivo di questi casi?»
Alcune braccia si alzarono. De Simone osservò i ragazzi smaniosi di dire la loro. Decise che a parlare per prima sarebbe stata una ragazza. La indicò con un dito invitandola a prendere la parola..
«Spesso il maniaco conosce le vittime.»
«Offender. Cercate di usare una terminologia adeguata dato che vorreste fare questo lavoro. Comunque sì, spesso si tratta di una vittima occasionale che si trova nelle vicinanze della sua residenza oppure del suo posto di lavoro.»
Guardò in direzione di un altro studente che aveva in precedenza alzato la mano.
«Che altro si può aggiungere?»
«Studiando la vittimologia di casi del genere», intervenne un ragazzo dall’aria molto sveglia «si può dire che il fattore  di rischio della vittima è situazionale, ossia che il solo fatto di attraversare il cammino dell’offender eleva il rischio del soggetto.»
«Bene, tutto corretto. Ma cosa sapete dirmi dell’offender? Quali caratteristiche potrebbe avere il colpevole di quel crimine?» indicò lo schermo che stava ancora visualizzando l’ultima immagine mostrata in precedenza.
«La  ricerca della potenziale vittima si limita  alla sua area geografica perchè spesso agisce d’impulso a causa dello stress» suggerì una giovane donna.
«Esatto…e poi?»
Il professore prese ad incalzare gli studenti. Questi, dal canto loro, proponevano le idee frutto delle conoscenze ricavate dai libri di testo che lo stesso De Simone aveva imposto loro di studiare.
«Non si allontana dalla sua zona perchè  si sente sicuro in un ambiente a lui familiare» continuò uno studente.
«È in genere socialmente inetto. Vive da solo o con una figura genitoriale» proseguì un altro.
«Dimostra mancanza di abilità interpersonali.»
«È considerato strano da coloro che lo conoscono.»
«È trasandato, disordinato e ha strane abitudini notturne.»
De Simone annuiva con la testa sorridendo.
«Senza che ve ne rendiate conto, anche se in modo molto generico, state tracciando un profilo. State facendo quello che viene definito un Criminal Profile.»
«Fico!» commentò un ragazzo ad alta voce.
«Ovviamente maggiore è il dettaglio con cui analizziamo scena del crimine, cadavere e modus operandi, più alto è il grado di definizione dell’offender.»
Tornando verso la cattedra continuò: « L’offender disorganizzato in genere non si preoccupa di occultare indumenti macchiati di sangue, scarpe o altri oggetti incriminanti. E spesso, durante le perquisizioni, non è raro rinvenire souvenir che l’aggressore ha tenuto con se per  ricordare l’avvenimento e alimentare le sue fantasie. Ecco perché è necessario prestare la massima attenzione nel redigere la  richiesta del mandato e nel procedere seguendo le regole. Non si può rischiare di trovare elementi fondamentali ma di  non poterli poi utilizzare in fase dibattimentale in tribunale.»

L’entrata in aula di Antonio, figura storica della segreteria universitaria, persuase De Simone che era giunto il momento di cercare un nuovo assistente. Ormai Rovini non apparteneva più a quel mondo, e soprattutto, non appena fosse stato catturato, avrebbe iniziato a far parte dell’universo carcerario.
«Un ragazzo ha portato questa. Ha detto che era importante e che doveva essere consegnata personalmente a lei» spiegò al professore, mentre gli porgeva una busta marrone sigillata.
Il volto di De Simone si incupì.
«Grazie Antonio» rispose prendendo il plico. Aprì la busta pervaso da un senso di inquietudine.
Quello che intravide sbirciando all’interno lo fece barcollare e lo costrinse ad appoggiarsi alla cattedra.
«Ragazzi mi dispiace ma per oggi la lezione è finita. Scusatemi ma è sopraggiunto un problema che devo risolvere.»
Se ne andò dietro la cattedra e si mise seduto, attendendo che uno dopo l’altro, gli studenti uscissero dall’aula.
Aprì la busta: all’interno c’erano quattro foto in formato A4 che lo ritraevano insieme
a Bianca. Quella posizione, sul suo letto,  gli fece immediatamente ricordare il momento in cui quelle immagini erano state scattate. Risaliva  a qualche giorno dopo il ritrovamento di Bianca.
“Quel bastardo ci spia, ci guarda, ci osserva…” Il suo pensiero andò subito a Bianca: forse era ancora lei che voleva.
La chiamò subito al cellulare.
Passarono attimi che per lui sembrarono eterni fino a quando la donna rispose.
«Pronto, Giulio. Non dovresti essere a lezione?»
«Sì, infatti. Tutto bene?» domandò cercando di controllare il tono della voce e farlo sembrare tranquillo.
«Sì certo. Cosa c’è?»
«Niente. Avevo solo voglia di sentirti.»
«Non sei bravo a mentire, Giulio» lo redarguì Bianca.
«Forse… adesso devo lasciarti. Un bacio» attaccò il telefono.
Non aveva voluto dire niente delle foto per non allarmarla, semmai le avrebbe parlato dopo, al suo ritorno. Prima doveva finire di controllare la busta. Insieme alle foto era presente anche una lettera.
La prese, la spiegò e lesse il contenuto.

 

Ciao Giulio,
ho visto che vi siete ripresi bene, tu e Bianca.
Ti devo fare i miei complimenti, perchè sei stato davvero bravo con Dante.
Adesso però, credo sia giunto il momento di terminare questo gioco.
Com’era quella frase di Highlander? Ne resterà uno solo.
Anche fra noi ne resterà uno…o io o te.
E non c’è spazio per altri. Non posso fidarmi della parola di nessuno, quindi, ci penserò io.

A presto Giulio, a molto presto.

Questo indizio, ti porterà a me… da solo.

Medea, e Maria il cui padre osò,
di me farsi beffa,
sarà colui la cui consorte,
mi divertirò prima a spogliare
e poi a donarle la morte.




L’Indizio – Capitolo 11

Sul suo viso era comparso un sorriso amaro. Per pochi minuti gli era stata negata la possibilità di assistere a uno spettacolo su cui aveva lavorato per giorni. Quando però vide il Professore liberare Bianca, capì che il suo piano non avrebbe funzionato.
Quella che lui aveva denominato “morte pirotecnica” sarebbe dovuta avvenire proprio nel momento in cui De Simone si trovava di fronte a Bianca, a non più di tre metri di distanza. Aveva osservato, divertito, i due uomini arrivare alla soluzione dell’enigma grazie a una seconda webcam nascosta: la prima gli era servita per prendersi gioco di loro. Aveva calcolato tutto in modo estremamente minuzioso, convinto, com’era, che il professore avrebbe impiegato un po’ di tempo per risolvere l’enigma. Tuttavia qualche cosa non aveva funzionato: forse aveva sottovalutato De Simone, ma di sicuro non avrebbe commesso mai più questo errore. Ragionandoci su, arrivò alla conclusione che il suo piano sarebbe stato perfetto se non fosse stato per il coinvolgimento del Pubblico Ministero nel loro gioco. Grazie a lui ed ai suoi uomini, infatti, l’irruzione era durata pochi attimi e De Simone aveva raggiunto Bianca liberandola prima di quanto avesse previsto.
“No, caro professore. Dovevamo giocare da soli, così non mi piace” pensò Rovini.
Si avvicinò a un mobile, prese una busta e un foglio di carta. Con estrema calma si mise seduto alla scrivania, accese il computer e usando il telecomando che teneva dentro ad un cassetto, azionò lo stereo.

L’intro di quella canzone lo ricaricava sempre. Si sentiva pervaso da un’energia nuova.
Con il mouse cliccò su un’icona raffigurante una telecamera, si allungò sulla sedia stirando le gambe.

Your cruel device
Your blood like ice
One look could kill
My pain, your thrill

Osservava il monitor del computer su cui era visualizzata l’immagine statica di una camera da letto. Sapeva cosa sarebbe accaduto nei minuti seguenti e quell’attesa lo stava già eccitando.

I want to love you, but I better not touch
I want to hold you but my senses tell me to stop
I want to kiss you but I want it too much
I want to taste you but your lips are venomous poison

Un uomo e una donna entrarono nella camera. Si avvicinarono al letto abbracciati. Sembravano pervasi da una passione violenta e improvvisa. Iniziarono ad accarezzarsi con frenesia, i loro baci sembravano morsi, e gli abiti volarono in terra, fino a quando non rimasero completamente nudi.
“Dai professore, vediamo se riesci a farmi avere qualche fantasia” pensò Rovini senza smettere un attimo di fissare il monitor.

Your mouth, so hot
Your web, I’m caught
Your skin, so wet
Black lace on sweat

Lasciò cadere la penna che, poco prima, aveva preso per iniziare a scrivere sulla carta da lettere: avrebbe continuato dopo. Era troppo impegnato a godersi lo spettacolo, che  i due amanti gli stavano fornendo, grazie alla webcam installata nella camera di De Simone il giorno prima. Era interessato più che altro alla performance sessuale del professore. Cliccando su una icona a forma di lente, l’immagine si ingrandì per effetto dello zoom. Così facendo il video si riempì completamente dell’immagine del corpo di De Simone.  Riusciva a vedere in modo nitido quello che accadeva su quel letto.

I hear you calling and it’s needles and pins
I want to hurt you just to hear you screaming my name
Don’t want to touch you but you’re under my skin
I want to kiss you but your lips are venomous poison

Nella stanza, di tanto in tanto, si udivano i suoi gemiti, emessi involontariamente. Ma il suo piacere non era tanto per quello che stava guardando, bensì per ciò che immaginava. La sua mente stava vivendo la fantasia che, nelle ore successive, si sarebbe adoperato per rendere reale.

Poison, oh no
Runnin’deep inside my veins,
Burnin’deep inside my veins
It’s poison I don’t want to break these chains

Ogni volta che passavano davanti ai suoi occhi   scene particolarmente eccitanti cliccava con il mouse su un pulsante verde. In tal modo fotografava quegli attimi e salvava le immagini che lo avevano colpito.
«Sì… è proprio così che ti prenderò» la sua voce ansimava nel pronunciare quelle parole.
In quel momento aveva iniziato a cliccare sul pulsante con più frequenza. Quello che stava osservando gli piaceva.
Bianca era in ginocchio, sul letto, con le mani appoggiate alla spalliera. De Simone alle sue
Spalle la stava tenendo per i capelli muovendosi con decisione ed energia.
«Sì Giulio… muoviti così… wow!» la sua voce si faceva sempre più su di giri.
Intuendo la vicinanza al culmine del piacere dei due amanti, la sua eccitazione raggiunse il massimo. Il suo respiro si fece affannato mentre con la mano accarezzava il monitor proprio in prossimità del loro intimo contatto. Muoveva le dita come se avesse voluto accompagnare il movimento pelvico di De Simone.
Gli piaceva anche il corpo di Bianca. Aveva avuto modo di vederlo da vicino quando
l’aveva legata al termosifone. Ricordava la sua pelle delicata e morbida e il piacevole profumo.
Per un attimo si rammaricò di non averne approfittato, del resto in quella situazione lei non avrebbe potuto respingerlo.
I due amanti avevano terminato.  Compiaciuto, restò alcuni attimi a guardare i due corpi esausti, distesi uno di fianco all’altro.
«A presto, Giulio» mormorò Rovini. Guidando il puntatore del mouse sul menù Start, eseguì le
operazioni di spegnimento del PC.
Si allungò stiracchiandosi sulla sedia, prese la penna e iniziò a scrivere sulla carta da lettera.
Non erano molte le cose che aveva da dire in quel biglietto: i soliti convenevoli, alcune piccole considerazioni sull’ultimo evento e, da ultimo, l’indizio.
Ma questa volta avrebbe puntato in alto. Escogitò un enigma, a parer suo, di non semplice soluzione. Era infatti sua opinione che, una preda complicata da catturare, esigesse un indizio di pari livello.