La quercia

La quercia

Racconto di Fiorenzo Catanzaro

 

Guardavo la quercia ergersi maestosa verso il cielo. Imponente, al centro del parco, mi aveva sempre dato l’idea di un guardiano. I due grossi rami che si allungavano lateralmente, sembravano braccia pronte ad accoglierti. Peccato non possa parlare, chissà quante cose avrebbe da raccontare, pensai.
– Brutta faccenda eh, maresciallo – sussurrò l’appuntato Paoloni.
– Già – mi limitai a rispondere.
Sul ramo che si protendeva verso destra erano impiccati un ragazzo e una ragazza. I corpi erano così vicini che le loro mani sembravano cercarsi.
– Poveri ragazzi, così giovani. Che cavolo gli passava per la testa? – s’interrogò Paoloni.
Non risposi. In realtà un altro quesito mi assillava: come avevano fatto a salire fin lassù? Nei pressi non c’era niente che avrebbe potuto aiutarli. Avevano scalato l’enorme fusto? Il ragazzo forse avrebbe potuto farlo, ma la ragazza mi sembrava troppo esile per riuscire nell’impresa.
L’arrivo della scientifica permise ai vigili del fuoco di togliere i corpi dall’albero e adagiarli a terra. Mi avvicinai al medico legale che stava analizzando i corpi.
– Dottore, cosa può dirmi. Secondo lei a quando risale la morte?
– Il rigor mortis non ha fatto ancora il suo corso, ma direi da almeno sei ore – affermò.
– Quindi questa notte.
– Sì, però c’è qualcosa di strano.
– In che senso?
– Vede i segni sul collo del ragazzo – disse indicando il punto dove era posizionato il nodo della corda – e qua sotto le orecchie?
– Si, sono i segni della corda – risposi sicuro.
– Esatto, e significa che la morte è avvenuta li – disse, puntando con il dito l’albero.
– Ora guardi la ragazza, non ha segni così evidenti – proseguì il medico legale.
Lo guardai perplesso, toccandomi il mento con la mano.
– Quindi mi vuole dire che…
– Che la ragazza era già morta quando le è stata messa la corda al collo – concluse il dottore – comunque le saprò dare ulteriori dettagli quando avremo fatto l’autopsia.
Alcune urla provenienti dalla massa di curiosi, accalcata nei pressi dei nastri delimitanti la zona, richiamarono la mia attenzione.
– Che sta succedendo laggiù – domandai all’appuntato Paoloni.
– Maresciallo, sono arrivati i genitori dei ragazzi.
– Va bene, vado a parlarci.
Durante il breve tratto percorso, cercai le parole giuste da dire, senza trovarne una che ritenessi adeguata.
– Sono il Maresciallo Roberto Sanni, mi dispiace per l’accaduto– esordii.
Probabilmente non era la frase giusta per presentarsi ma, del resto, esisteva una frase corretta in quei casi? Davanti a me avevo due donne sorrette dai rispettivi mariti che gridavano tutto il loro dolore. Riuscii con fatica a trattenerli evitando che piombassero sulla scena. Mi appartai con loro cercando, con delicatezza, di porre alcune domande.
– Quando avete visto i vostri figli per l’ultima volta? – domandai guardando entrambe le coppie.
– Ieri sera – disse la madre della ragazza singhiozzando – O Dio mio, Dafne – gridò.
– So di chiedervi tanto, ma dovete sforzarvi di ricordare più cose possibile.

È importante ricostruire i loro movimenti per capire cosa sia successo, e perchè. Vi ha detto dove sarebbe andata?
– Si. A cena, a casa di Marco. Erano fidanzati da due anni – rispose la madre di Dafne.
– Quindi Dafne era a casa vostra? – domandai volgendo lo sguardo verso i genitori del ragazzo.
– No, non l’abbiamo vista – disse in lacrime la madre di Marco – lui ieri sera è uscito dicendoci che sarebbe andato a cena da Dafne.
– Un momento, fatemi capire; entrambi sono usciti dicendo che sarebbero andati a casa dell’altro?
– Si Maresciallo – risposero all’unisono.
– Ma non vi siete preoccupati quando non li avete sentiti rientrare?
– No Maresciallo, ci aveva avvertiti che sarebbe rimasta a dormire da Marco – disse il padre di Dafne.
– E scommetto che vostro figlio ha fatto la stessa cosa, giusto? – domandai guardando l’altra coppia di coniugi che annuirono con la testa. La faccenda si stava ingarbugliando.
– Accadeva spesso che rimanessero a dormire fuori?
– No. – risposero insieme.
– Abitiamo a cinquecento metri di distanza. – aggiunse il padre di Dafne – Malgrado ciò, quando sapevano di fare tardi, i ragazzi rimanevano a dormire insieme, da noi o da Marco.
– Ieri sera avete notato niente di strano, che so, un particolare, un atteggiamento diverso dal solito?
I genitori si guardarono a vicenda, come se cercassero di unire i loro ricordi.
– Niente – disse la madre della ragazza – Dafne ci aveva anche mandato l’sms della buonanotte, come faceva sempre. Guardi.
Prese il cellulare e mostrò il messaggio.

“14/03/2011, 01.30

Dafne

Notte Mami. tvb”

– Anche Marco ha fatto la stessa cosa – disse il padre del ragazzo.
– Vi ringrazio, per adesso è tutto. Nelle prossime ore dovremo controllare le stanze dei vostri figli.
– Siamo a disposizione. Vogliamo sapere cosa è successo – disse il padre di Dafne.
– Maresciallo, – il padre di Marco mi afferrò per un braccio – mio figlio non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Amava troppo la vita.
– Scopriremo quello che è accaduto, glielo prometto.
Tenni per me il fatto che Dafne probabilmente non era morta lì; non era il caso di far trapelare informazioni. C’è sempre il rischio che divengano in breve di pubblico dominio.
– Maresciallo, il Capitano vuole parlarle – mi avvisò Paoloni.
Mi congedai dai genitori dei ragazzi con una stretta al cuore. Erano il ritratto del dolore, così tangibile da poterlo toccare.
– Maresciallo, che cosa può dirmi? – mi domandò il Capitano quando lo avvicinai.
Lo aggiornai sui dettagli di cui ero venuto a conoscenza nei colloqui con il medico legale e con i familiari.
– Mi raccomando Sanni, massima priorità a questo caso e mi tenga aggiornato.
Quando tornai in caserma mi chiusi nel mio ufficio. La visione di quei ragazzi mi aveva molto turbato: una scena del genere non l’avevo mai vista. Ero in servizio in quel piccolo comune da quattro anni e avevo avuto a che fare solo con furti e risse. Mi ero già imbattuto, purtroppo, in qualche cadavere, ma si trattava di morti bianche, e le indagini non avevano presentato grosse complicazioni. La verità è che non mi sentivo all’altezza; non avevo esperienza, e tuttavia volevo far bella figura con il Capitano; inoltre avevo la sensazione che lui nutrisse scarsa fiducia nelle mie possibilità. Chiamai l’appuntato Paoloni.

– Voglio sapere tutto di quei ragazzi. Chi frequentavano, cosa facevano di solito, dove andavano. Prendi un paio di uomini e chiedete in giro.
Quando Paoloni uscì dall’ufficio telefonai al medico legale. Disse che ci sarebbe voluto un po’ di tempo per avere i primi risultati dell’autopsia e delle analisi. Mi feci assegnare un agente della scientifica, per recarmi con lui a casa dei ragazzi; speravo di trovare qualche elemento importante.
La prima tappa fu da Marco.
La sua era la classica camera di un ventenne. Le mura erano tappezzate da poster di gruppi rock; sorrisi vedendo quello dei Gun’s’Roses, i miei idoli quando avevo la sua età. Frugammo ovunque, ma a parte testi universitari, cd e dvd, non trovammo niente che potesse esserci utile. Portammo comunque via il computer portatile, per analizzarlo in laboratorio.
La camera di Dafne era molto illuminata, grazie all’ampia portafinestra che si affacciava su un piccolo terrazzo. Il letto sembrava un accampamento di pupazzi. Il mio sguardo fu attratto dall’enorme libreria colma di testi di vario tipo, da romanzi fantasy a saggi di filosofia.
– Maresciallo, qui forse c’è qualcosa di utile – disse l’agente.
Nel cassetto della scrivania era conservato un diario chiuso con un lucchetto. Chiesi alla madre se sapeva dove poteva essere la chiave, ma la sua risposta fu negativa.
– Prendiamolo, lo apriremo in laboratorio – suggerì l’agente.
Annuii.

Lasciai che gli uomini del RIS rilevassero le impronte sul diario e dopo aver forzato il lucchetto iniziai a sfogliarlo. Andai immediatamente a leggere l’ultima pagina:
“Stasera devo dirlo a Giulio. Non sarà facile, ma devo farlo”.
Quella frase mi lasciò perplesso. Iniziai a leggere con attenzione, sfogliando il diario al contrario, cercando di trovare il punto in cui compariva quel nome la prima volta. In una pagina che risaliva a venti giorni prima c’era un messaggio:
“Lo so che se potessi parlare mi sgrideresti, ma non riesco ancora a scegliere. Amo Marco, mi fa stare bene. Se dovessi decidere di sposare qualcuno, è lui che vorrei sposare. Ma Giulio, a letto, mi fa impazzire.”
Chi era Giulio? Scoprirlo e parlarci era diventata una priorità.
Prima di andarmene passai dal medico legale sperando di avere qualche notizia.
Mi fece un certo effetto vedere i corpi dei due ragazzi distesi sul tavolo dell’obitorio; avevo l’impressione che l’aria, satura degli odori di morte, fosse più gelida del dovuto.
– Dottore, ha qualcosa da dirmi? – domandai al medico che stava esaminando i cadaveri.
– Io no, ma loro sì – disse indicando i due corpi.
Lo guardai perplesso, massaggiandomi il mento con la mano.
– Vede Maresciallo, molte persone pensano che per far tacere qualcuno sia sufficiente farlo fuori. Invece spesso un uomo parla molto di più da morto, che da vivo.
– Per esempio, – disse facendo cenno con la mano di avvicinarmi – il processo post-mortem della ragazza mi dice che il suo decesso è avvenuto tra la mezzanotte e mezza e l’una.
– E le ha detto anche come è morta?
Dopo avermi elargito un sorriso sardonico, indicò il collo della ragazza.
Vede questi segni? Sono stati causati dalla pressione di dita che hanno ostruito le vie respiratorie. In breve: è stata strangolata, e questo è avvenuto prima che venisse impiccata.

Se non fosse stato per il contesto, avrei detto che mi stava guardando divertito mentre continuava a espormi i suoi rilievi.
– Inoltre – continuò – era al terzo mese di gravidanza.
– Stava aspettando un figlio? – domandai sorpreso.
– Si, anche se al momento non so dirle se il padre era il fidanzato. Però posso affermare che poco prima di morire ha avuto un rapporto sessuale.
Dal mio grugnito capì che volevo sapere i motivi di tale affermazione.
– La quantità di liquido seminale presente è indicativo – affermò – ma c’è un’altra cosa importante.
Lo fissai interrogando. Lui mi portò ai piedi della ragazza e indicò la vagina. Per una sorta di pudore, distolsi lo sguardo, anche se si trattava di un cadavere.
– Alcune lesioni mi fanno pensare che prima di essere uccisa abbia subito una violenza sessuale.
–E da parte di chi? – mi chiesi ad alta voce, meravigliato.
Il medico legale alzò le spalle.
– Del ragazzo invece cosa mi può dire?
– Non molto, ho appena iniziato con lui.
– Almeno l’ora della morte e la causa?
– Riguardo l’ora, direi circa un’ora dopo la ragazza. Per le cause, come le ho già detto sulla scena, ho pochi dubbi: sicuramente è morto impiccato. L’unica cosa che mi insospettisce è questo trauma alla testa – disse indicandomi il punto dietro la nuca.
– Da cosa può esser stato causato?
– Non lo so ancora. Sicuramente gli ha fatto male, ma non so fino a che punto.
Il quadro si complicava: aveva lottato con qualcuno? Si era ferito scalando la quercia?
– Aspetto notizie, dottore, può essere importante – dissi prima di andarmene.
Tornai al comando. Paoloni mi venne incontro sulla soglia.
– Maresciallo c’è il Capitano Pedretti che la sta aspettando – disse affannato.
– Calma Paoloni – risposi dandogli una pacca sulle spalle e cercando di mascherare il mio nervosismo – hai saputo niente in giro?
– Niente di importante – disse mentre ci incamminavamo verso il mio ufficio.
Il capitano mi stava aspettando davanti alla porta.
– Allora, Maresciallo, come procedono le indagini?
Misi al corrente il Capitano di tutti i dettagli che avevo appreso, sia dal diario che dal medico legale.
– Inoltre – aggiunsi – avevo dato il compito all’appuntato Paoloni di parlare con chi conosceva le vittime.
– E cosa ha scoperto, appuntato ?- domandò volgendo lo sguardo verso Paoloni.
– Niente di rilevante. Molti li conoscevano: bravi ragazzi e bella coppia. Un fulmine a ciel sereno, hanno commentato all’unanimità. Anche i loro docenti universitari li ricordano come due giovani studiosi e a posto, molto legati. Solamente il professore di Letteratura contemporanea ha notato che alle ultime lezioni si erano seduti lontano; ha pensato a un banale litigio, che assume ora un peso diverso.
– E di questo Giulio cosa sappiamo? – domandò il capitano.
– Ancora niente. Dovremo cercarlo tra i loro conoscenti, sperando che sia di questa città, altrimenti sarà come cercare un ago in un pagliaio – affermai.
– Perché non controllate i tabulati telefonici della ragazza? Se aveva una relazione con questo Giulio, gli avrà fatto almeno una telefonata.
Mi sarei preso a schiaffi. Come avevo fatto a non pensarci.

– Bene Paoloni si metta subito a lavoro – comandai – e appena trova qualcosa me lo faccia sapere.
La sera a casa non riuscivo a togliermi il caso dalla testa.
Con “You’re all i need” dei Motley Crue in sottofondo, facevo il riepilogo degli elementi a disposizione.
Una ragazza uccisa, il fidanzato suicidato… forse. Un certo Giulio, amante della ragazza, da trovare e inquadrare nella storia. Aveva qualcosa a che fare con la loro morte? Poi c’era la gravidanza e il liquido seminale, senza tralasciare la violenza subita da Dafne e l’ematoma di Marco.
Sicuramente chi aveva violentato Dafne era anche il suo assassino. Entrambi erano usciti di casa dicendo di andare dall’altro e invece… dove erano andati? A complicare ulteriormente le cose c’era l’sms di Dafne che era stato spedito dopo la sua morte. Da chi? E poi… c’era la quercia.
Guardai la mia libreria piena di testi di criminologia.
Possibile che studiare tanto non serva a niente, mi chiesi.
Il giorno dopo Paoloni entrò nel mio ufficio visibilmente eccitato.
– Maresciallo abbiamo controllato i tabulati e …
– Sappiamo chi è questo Giulio?
– Certo, si tratta di Giulio Berrami.
– Quel Berrami? – chiesi preoccupato.
– Si, maresciallo. Proprio quello.
– Cavolo. Devo parlarne con il capitano.

Al nome di Berrami, balzò sulla sedia come una molla.
– Cazzo, non ci voleva. Mi raccomando Sanni, tatto. Non partiamo in quarta con accuse e illazioni.
Giulio Berrami era un ragazzo di venticinque anni che lavorava come elettricista per l’azienda Ele.Imp del paese, ma soprattutto era il figlio del sindaco. Decisi di convocarlo per un colloquio e andai a cercarlo insieme all’appuntato Paoloni.
Stava lavorando. Sistemava l’impianto di illuminazione esterna di un capannone standosene sul cestello del carrello elevatore a circa quattro metri di altezza. Il suo collega ce lo aveva indicato.
– Giulio Berrami? – domandai quando scese a terra.
– Sì – rispose deciso.
– Le saremmo grati se potesse venire al comando per un colloquio. Si tratta di Dafne.
– Lo immaginavo. Mi faccia avvertire il titolare e sono a sua disposizione.
Al comando feci accomodare Giulio nella saletta degli interrogatori; il Capitano Pedretti volle assistere.
– Allora Giulio, avrà capito che sappiamo della relazione tra lei e Dafne – esordii.
– Come lo avete saputo? Credevo che nessuno ne fosse a conoscenza.
– C’era scritto nel suo diario – lo fissai – Non mi sembra però così affranto dalla sua morte.
Il Capitano mi lanciò un occhiata da incenerirmi.
– Cosa ne sa lei? Che ne sa di cosa ho dentro? E, comunque, il nostro non era un rapporto d’amore.
– E che tipo di rapporto era?
– Sesso. C’era solo sesso, e mi sento di affermare che per lei era lo stesso. Mi aveva detto più volte che non avrebbe mai lasciato Marco.
– Quando l’ha vista per l’ultima volta?
– Due giorni prima della sua morte – affermò deciso.
– Sapeva che stava aspettando un figlio?
– No. Non lo sapevo. Ma sicuramente non lo aspettava da me.
Notai un incongruenza tra la risposta e lo sguardo, che non sembrava affatto sorpreso.

– Come fa a esserne così sicuro?
– Beh, se uno corre dei rischi mentre fa sesso, credo se ne accorga, non crede?
Cominciavo a innervosirmi e il Capitano, che se ne rendeva conto, mi rivolse uno sguardo espressivo: “basta così”.
Congedai Berrami con la formula consueta di tenersi a disposizione: potevamo aver bisogno di fargli altre domande.
– Cosa ne pensa Capitano? – domandai quando il ragazzo fu uscito.
– Beh, mi sembrava sincero.
– Però sul diario Dafne scrive di avere intenzione di parlare con Giulio.
– Di averne intenzione, appunto, non di averlo già fatto. Potrebbe non averne avuto il tempo.
Sappiamo che i due ragazzi escono di casa la sera, mentendo ai loro genitori. Quindi c’era premeditazione in quello che volevano fare, come se facesse parte di un disegno prestabilito. Mettiamo che Marco avesse scoperto della relazione tra Dafne e Giulio. Può aver chiesto spiegazioni alla ragazza e in preda alla rabbia averla strangolata. Poi, assalito dai rimorsi, ha deciso di togliersi la vita. Non sarebbe il primo caso e tutto quadrerebbe – ricostruì Il capitano.
– Ma perché far passare il tutto come un duplice suicidio? E come avrebbe fatto da solo?
Mi guardò perplesso.
– Ok, continui con la sua indagine, vediamo se esce fuori qualche altro elemento.
Uscendo dalla stanza il Capitano incrociò l’appuntato Paoloni che stava venendo da me con dei fogli in mano.
– Maresciallo, vorrei farle notare una cosa – disse.
– Cosa hai trovato?
– Ho controllato i tabulati telefonici della sera in cui i ragazzi sono morti.
– E allora?
– Allora, partiamo dal presupposto che escano di casa mentendo su dove sarebbero andati e ammettiamo che siano insieme. Come mai Marco alle dieci chiama Dafne e resta al telefono con lei per venti minuti?
– Eh… significa che fino alle dieci non erano insieme. Io vado a parlare con i genitori dei ragazzi, mi è venuta un idea.

Andai a far visita ai genitori di Marco.
– Maresciallo ci sono novità? – domandò il padre.
– Stiamo seguendo alcune piste, ma al momento non ci sono grossi sviluppi.
I due poveretti apparivano stanchi e invecchiati. Ripeterono che Marco era uscito alle venti e di non aver notato in lui niente di strano.
– Siete in grado di ricordare quante volte, nell’ultimo mese, Dafne è venuta a cena a casa vostra?
Per quanto provati dal dolore, furono molto scrupolosi nel ricordare.
Segnai tutto sul mio taccuino e mi congedai per recarmi dai genitori della ragazza.
Sentii una gran pena per la madre di Dafne, così affranta da non riuscire ad alzare lo sguardo su di me; e le notizie che stavo per dare non sarebbero state certo di conforto.
Possibile?– si meravigliò quando comunicai che la figlia era incinta.
– Mi dispiace che veniate a saperlo così, ma non ci sono dubbi.
– Oh mio Dio, – si disperò lei – perché non si è confidata con la sua mamma?
Mi dispiaceva ingannarli, ma non dissi niente sull’omicidio di Dafne; avevo deciso di non rivelare la vera causa della sua morte fino a quando non avessi avuto delle certezze.
Azzardai una prudente allusione a Giulio, ma per risposta ottenni solo degli sguardi straniti.
– Maresciallo, ci scusi ma per oggi può bastare. Siamo già abbastanza provati – disse il padre.

– Capisco, solo un ultima cosa. Mi sapreste dire quante volte Dafne è uscita di casa, nell’ultimo mese, dicendo che andava a cena da Marco?
Ebbi la conferma dei miei sospetti: Dafne l’aveva fatto almeno quattro volte in più di quanto mi avevano detto i genitori di Marco.
– Una sera – mi raccontò la madre – ho detto a Marco che gli conveniva adottarla, visto che era sempre a casa sua.
Forse era stata proprio la battuta scherzosa della donna a insinuare in Marco il sospetto del tradimento.
Ero rientrato a casa da un ora, quando ricevetti la telefonata dal medico legale.
– Maresciallo scusi l’ora, però ho pensato che avrebbe voluto sapere i risultati dell’analisi sul corpo del ragazzo e del dna.
– Grazie dottore, ha fatto bene.
– Allora, il figlio che aspettava la ragazza era del fidanzato. Però non lo è il liquido seminale.
– E dal corpo di Marco cosa abbiamo saputo?
– Ho rinvenuto contusioni sul petto ed escoriazioni alle braccia e mani. Le tracce rinvenute sotto le unghie della ragazza non lasciano dubbi: sono state causate da lei. Quindi secondo me il ragazzo e la ragazza hanno lottato.
– E il colpo alla nuca?
– Probabilmente lo ha colpito lei. Non sembra robusta, ma la forza della disperazione…
– Il quadro inizia a delinearsi.
– Non del tutto. Sul pene del ragazzo ho trovato le stesse tracce di sperma che era presente all’interno della vagina della ragazza.
– Quindi se ne può dedurre che…
– Le deduzioni le lascio a lei maresciallo – intervenne il medico.
– Giusto. Grazie dottore, a presto.
Ero pronto a scommettere che il liquido seminale era di Giulio; mentiva e aveva visto Dafne poco prima che morisse. Chiamai Paoloni e lo incaricai di andare a prendere Giulio la mattina successiva; avrebbe dovuto rispondere a molte domande.
– Devo chiamare un avvocato? – domandò Giulio appena si fu seduto nella saletta degli interrogatori.
– Dobbiamo farle solo qualche domanda – risposi.
Rimasi qualche minuto in silenzio, guardandolo. Sembrava molto nervoso.
– Perché ci ha raccontato un mucchio di cazzate? – domandai all’improvviso.
Il volto di Giulio sbiancò.
– Ma di cosa sta parlando?
– Dafne ha avuto un rapporto sessuale poco prima di morire. Le analisi del dna hanno escluso che lo sperma appartenesse a Marco.
Appoggiai le mani sul tavolo e guardai negli occhi Giulio.
– Scommettiamo che, analizzando il suo dna, scopriremo che appartiene a lei?
– E va bene, lo ammetto. Ho visto Dafne quella sera.
– E cosa è successo? – domandai.
– Niente. Abbiamo scopato come accadeva tutte le volte che ci vedevamo.
– Invece sa cosa penso? Credo che Dafne sia venuta da lei per dirle che stava aspettando un figlio. Ne aveva l’intenzione, lo aveva anche scritto nel suo diario. Probabilmente le aveva comunicato anche la sua decisione di lasciarla. A quel punto lei…

– No, non è andata così – gridò Giulio – lei non aveva nessuna intenzione di lasciarmi ed era molto indecisa se tenere il figlio. E’ venuta da me, mi ha detto della gravidanza, abbiamo fatto sesso e se n’è andata. Io non l’ho uccisa, quando è andata via era viva.
– Allora perchè ha mentito? – incalzai.
– Perchè avevo paura. Lo sa che mio padre è il sindaco. Non volevo essere coinvolto e rischiare di metterlo in difficoltà.
In quel momento entrò il Capitano Pedretti.
– Maresciallo può uscire un attimo dovrei parlarle.
Lo seguii nel suo ufficio che era vicino alla stanza degli interrogatori.
– Che cazzo sta facendo – urlò.
– Sto interrogando un probabile assassino – risposi.
– Ma cosa diavolo farnetica! Ragioni un attimo…
– E’ quello che ho fatto. E stavo arrivando al punto prima che arrivasse lei
– Ma quale punto. Lo vuole capire che quel ragazzo non c’entra niente?
– Senta Capitano, Marco aveva scoperto di loro due. Su questo non ho dubbi e i pochi che avevo me li hanno tolti i genitori dei ragazzi ieri. Gli raccontai del colloquio con loro e continuai: – Marco alle dieci chiama Dafne e sono sicuro che lei era con Giulio.
– Ovvio che era con lui, ci stava facendo sesso. Ma secondo lei, dopo la violenta, la uccide e poi uccide Marco. Non contento prende lo sperma e glielo spalma sul pene, e poi li impicca. Maresciallo su….
– Di sicuro Giulio sa più di quello che dice – replicai – ad esempio, come lo spiega il trauma cranico di Marco?
Il Capitano era visibilmente contrariato. Puntare il dito contro il figlio del Sindaco lo metteva in una situazione di altissima tensione.
– È ovvio maresciallo – continuò – Marco aveva scoperto tutto. Anche il trucco di Dafne per vedersi con Giulio. L’ha seguita, poi l’ha chiamata e gli ha dato appuntamento al parco. Qui hanno discusso. Lui l’aggredisce e lei lo colpisce alla testa. Il colpo lo infuria, la violenta e mentre lo fa la strangola. Dopo aver realizzato ciò che aveva fatto, in preda alla disperazione, si è tolto la vita.
– Ma perché quella messa in scena? – domandai dubbioso.
– Forse decide di far passare tutto come un duplice suicidio sperando di non far nascere dissapori tra le famiglie o forse per farla pagare a Giulio. Fatto sta che è stato lui a inviare l’sms ai genitori di Dafne; conosceva sicuramente cosa scriveva di solito lei nel messaggio della buonanotte e senza dubbio, solo lui poteva sapere cosa scriveva nel suo. Così tornerebbero anche i tempi. Prima uccide Dafne e poi un ‘ora dopo muore lui.
– Ma resta sempre il problema della quercia, Capitano.
– Maresciallo, il ragazzo aveva un bel fisico allenato, era forte e muscoloso. Avrà preso la corda, l’avrà annodata intorno al collo di lei e poi è salito sull’albero. Da lì ha sollevato il corpo, legato la corda e poi si è impiccato lui stesso.
– No. Non riuscirà a convincermi di questo. E’ tutto troppo complicato e calcolato per essere frutto di un raptus.
– Dia retta a me, questa vicenda, per quanto triste, è risolta così – concluse il capitano.
Uscii dall’ ufficio completamente fuori di me.
– Lascia andare Giulio – dissi a Paoloni che stava aspettando fuori.
– Ma…
– Ma un cazzo, lo lasci andare. Io esco, ho bisogno di riflettere.

Passeggiavo per casa con in mano una birra.
Anche se la teoria del Capitano sembrava quadrare, non ero affatto convinto. O forse, mi sentivo umiliato per non essere riuscito a risolvere il caso. Stavo scegliendomi un libro, visto che la lettura riusciva sempre a rilassarmi, quando suonò il cellulare: era il medico legale.
– Maresciallo, si ricorda quando le dissi che i morti parlano più dei vivi?
– Si dottore. Le hanno detto altro?
– Sì. Mi hanno ricordato che non si deve trascurare il lavoro fatto dai vivi sulla scena del crimine.
– Oddio dottore, non sono in vena di indovinelli.
– Il fatto è questo. Stavo archiviando il materiale dei due ragazzi, quando sotto gli occhi mi sono cadute le foto fatte sulla scena del delitto. Bene, non so come abbia fatto a non notarlo prima, ma quando ho visto l’immagine del ragazzo ho subito realizzato.
– Dottore – dissi stizzito – venga al sodo.
– Vede, lo studio della scena del crimine è antico. Lo sa che il primo trattato risale al 1247? Ha mai sentito parlare di Sung Tz’u?
– Dottore può darsi, ma in questo momento ricordo a malapena il mio nome.
– Le cito questo breve passo del suo trattato: “…Dove la vittima si è veramente tolto la vita, utilizzando una corda o qualcosa di simile per impiccarsi, la carne dove la corda si incrocia dietro le orecchie sarà di un colore rosso intenso, gli occhi appariranno chiusi, le mani serrate a pugno…”
– E quindi, dottore?
– Marco aveva le mani aperte.
Attaccai con il medico legale e chiamai subito il Capitano.
– Capitano, le chiedo il permesso di sentire ancora Giulio.
– Non se ne parla nemmeno. Anzi, cerchi di farmi avere il rapporto sul tavolo entro domani.
– Capitano, per favore. Le prometto che gli farò solo qualche domanda e se non sarà come credo, stilerò il rapporto come dice lei. Ma mi dia questa possibilità.
– È proprio un rompi coglioni Maresciallo. Ok, ma stia attento a quello che fa, non possiamo perseguitare un ragazzo così, specialmente se è figlio del Sindaco.
– Non accadrà. Grazie Capitano.

Il giorno dopo, nella saletta degli interrogatori, Giulio era in compagnia del suo avvocato.
– Allora, cosa vuole ancora dal mio cliente. Le ha già detto quello che sapeva.
Ero in piedi e camminavo intorno al tavolo. Loro due, seduti, mi seguivano con lo sguardo.
– Come faceva a sapere che Dafne è stata uccisa? – iniziai all’improvviso.
– Non lo sapevo infatti.
– La volta scorsa ha detto: “io non l’ho uccisa, quando è andata via era ancora viva”. Le rifaccio la domanda: come faceva a saperlo?
Giulio abbassò lo sguardo.
– Magari glielo avete messo in bocca voi, Maresciallo – disse l’avvocato.
Mostrai a Marco le foto che mi aveva dato quella mattina il medico legale.
– Vede, qui Marco ha le mani aperte. Strano, se si fosse suicidato avrebbe dovuto averle chiuse a pugno. Giulio, non è andata come ci ha detto, vero?
Giulio rimase in silenzio, l’avvocato gli faceva cenno di non parlare.

– Giulio, io lo so che non hai ucciso Dafne. È stato Marco. Quando ha telefonato, Dafne era con te, giusto?
– Sì.
– Marco doveva essere fuori di sé, ha obbligato Dafne ad andarsene e sicuramente l’ha aspettata al parco. Lì hanno litigato e lui deve averla violentata. Ci sono tracce del tuo sperma sul suo pene. Forse l’ha strangolata senza volerlo . E qui entri in scena tu, vero?
– Non dire niente – intimò l’avvocato.
– Lo sai che la scientifica può rilevare tracce anche dopo la pulizia più accurata?
Giulio mi guardava, sembrava volesse esplodere in un pianto liberatorio.
– Sono certo che se facessi analizzare dagli uomini della scientifica il cestello del tuo mezzo, ci troverebbero le tracce di Marco e di Dafne.
– Non volevo – sussurrò Giulio.
– Lo so. Quando sei arrivato tu, Marco aveva già ucciso Dafne. Aveva appena spedito gli sms. Tu hai capito cosa era successo e per rabbia ti sei scagliato contro di lui. Del resto, dai… per te non era solo sesso.
– Il mio cliente non ha niente da dire – insistette l’avvocato.
– Giulio, tu lo hai colpito alla testa vero?
– Credevo fosse morto. Credevo di averlo ucciso – disse con un filo di voce. L’avvocato lo guardò contrariato scuotendo la testa.
– E quindi hai messo in scena il finto suicidio. Il problema è che Marco era ancora vivo.
– Sembrava morto – disse abbassando la testa.
– Forse non si è nemmeno reso conto di quello che stava accadendo, ma è morto impiccato, Giulio.
– Sono stato un idiota. Non dovevo farla andare via da sola. La voce urlante di Marco riuscivo a sentirla anch’io mentre era al telefono. Era fuori di testa. Mi sono deciso ad andare al parco, non volevo intervenire, solo assicurarmi che tutto andasse bene. Quando sono arrivato lì, ho visto la scena, e… ho perso la testa.
Uscii dalla saletta dopo che Giulio era stato portato via.
– Maresciallo, mi ha fatto diventare matto, ma devo farle i miei complimenti – disse il Capitano stringendomi la mano.
– Grazie Capitano.
– Ah, mi raccomando, il rapporto, lo voglio sulla mia scrivania.
– Agli ordini – risposi con il sorriso sulle labbra.

La cosa più difficile fu raccontare tutto ai genitori dei ragazzi. Cercai di non far passare Marco per un mostro e nemmeno Dafne per una cattiva ragazza.
A casa, passai davanti la mia libreria; dovrò decidermi a rileggervi prima o poi, pensai, ma non oggi. Presi il giaccone e uscii; avevo deciso di passare la serata al cinema, quella sera davano Sherlock Holmes, un mito.